Giotto il traghettatore della pittura, il manager e la star

0 1.311

Giotto il traghettatore della pittura, il manager e la star

Volta della Cappella degli Scrovegni
Volta della Cappella degli Scrovegni

Uno dei libri più lunghi del mondo è quello su Giotto. Si tratta di un fiume di inchiostro che scorre da quando Giotto di Bondone aveva una quarantina d’anni (probabilmente nacque nel 1267), a partire dalla penna di Dante che in un verso e mezzo mise un primo punto fermo al destino di allievo e maestro, di fatto sminuendo il secondo. Cimabue, infatti, «credette nella pittura tener lo campo», ma nella sua bottega mise le radici il vero traghettatore della pittura dall’antico al moderno, l’indiscutibile punto di svolta dell’arte.

Il libro di Giotto è un susseguirsi di storie mitologiche di O e pecorelle del Mugello, contatti e contratti presso le più ricche città d’Italia, giochi di attribuzione e smentite, grattacapi, sconcerto (si vedano gli ultimi diari di Berenson) e litigi, spezzettamenti di polittici in giro per il mondo, mostre prudenti e uniche come l’ultima a Milano ospitata a Palazzo Reale. Accanto ai capitoli storico-artistici ci sono poi dediche di missioni spaziali, crateri, asteroidi e pagine culinarie sull’innovativa tavolozza di Giotto, che in un certo senso sembra prefigurare la cheesecake (ali di pollo a parte), leggendo il testo del biochimico Pietro Pucci.

Particolare dalla Basilica Superiore di Assisi, forse il primo esempio di pareidolia della pittura italian
Particolare dalla Basilica Superiore di Assisi, forse il primo esempio di pareidolia della pittura italian

Se si guarda ai vertici di Giotto, ad esempio la Cappella degli Scrovegni a Padova, la Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi – quella superiore, da tempo al centro di sì è Giotto e non è lui, è un tasto dolente – o la Maestà di Ognissanti, ci si accorge di essere di fronte a qualcosa di davvero nuovo, chiaramente percettibile, ma un’impresa da spiegare. Con Giotto non si è portati a parlare di genio artistico – non figura nella consueta triade vasariana Leonardo-Raffaello-Michelangelo, del resto è ancora Medioevo – ma solo di un personaggio eccezionalmente bravo, con una palla al piede, ossia il fardello del suo tempo, che forse è già Umanesimo e ancora Gotico, ma di certo non Rinascimento. E del resto l’unico che all’epoca poteva contendersi il primato di anticipatore con Giotto era Simone Martini, il pittore civico e aristocratico.

Il contatto visivo con Giotto, che di certo diede la svolta nell’arte del dipingere «di greco in latino»ma non perché il capitolo dell’arte bizantina fosse rozzo e lui misuratissimo, come ebbe a dire il Ghiberti – ci porta nel suo mondo pittorico, ma anche sociale, in cui la religione è spiegata come una storia contemporanea, con raffinatezza disegnativa e chiaroscuri, prospettive non perfette ma eloquenti, ambienti abitabili e non solo simbolici. Giotto aderiva al suo tempo, con una sfumatura pittorica forse più terrena del previsto. Attraverso la pittura ci dice tutto del suo tempo, ovviamente in maniera lampante dal punto di vista medievale, ma spesso insondabile dal nostro.

Particolare dell'Incontro alla Porta d'Oro, Cappella degli Scrovegni
Particolare dell’Incontro alla Porta d’Oro, Cappella degli Scrovegni

Nella vita di tutti i giorni doveva essere uno molto terra terra, piccolo borghese, motteggiatore come ogni buon fiorentino e magari bruttarello da novella del Decameron (VI giornata, V novella), consapevole del valore del denaro, magari un po’ tirchietto in quel continuo reinvestire i soldi guadagnati, ma del resto aveva un esercito di pargoli. Era anche un manager, un capitano d’impresa circondato da collaboratori abilissimi e da qui i problemi di attribuzione.

Ebbe un ingegno di tanta eccellenzia, che niuna cosa della natura che egli con lo stile e con la penna o col pennello non dipignesse sì simile a quella, che non simile, anzi più tosto dessa paresse, in tanto che molte volte nelle cose da lui fatte si truova che il visivo senso degli uomini vi prese errore, quello credendo esser vero che era dipinto.

L’inganno della mosca su una figura dipinta dal maestro Cimabue, insomma, un topos con cui Boccaccio introduce la grande novità di Giotto, che certo non dipingeva con quell’oculatezza tipica dei fiamminghi (che del resto avevano la pittura ad olio), ma che di sicuro ha laicizzato e dato espressioni più umane al racconto divino. «Il mondano prese posto e si estese», scrisse Hegel. Non a caso uno dei suoi particolari più amati è il bacio di Anna e Gioacchino, un bacio pieno di stima, sensualità, nostalgia: lei sembra proprio dire «amore mio, sei tornato!».

Particolare della Madonna d'Ognissanti, 1310-11, Galleria degli Uffizi
Particolare della Madonna d’Ognissanti, 1310-11, Galleria degli Uffizi

E che dire, dopo tanto oro e porpora, di tutto quel lapislazzuli?

L’8 gennaio 1337, Giotto moriva a Firenze. Sono passati 681 anni e Chiara Frugoni ha recentemente scoperto un particolare della parete sinistra della Basilica Superiore di Assisi (il tasto dolente), un demonietto in una nuvola che potrebbe essere il primo esempio di pareidolia – tanto cara a Mantegna – della pittura italiana. Come quel profilo tra le nuvole, Giotto di sicuro se la ride del vantablack di Kapoor e di quell’altro che gli risponde a gestacci col Pink. Nemmeno l’IKB di Yves Klein può competere col “suo” blu.

Per ora – per ora – lasciamole agli artisti contemporanee queste diatribe esistenziali, che è tutta un’altra storia.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.