Primo Levi: la parola come arma di resistenza

0 1.027

Primo Levi: la parola come arma di resistenza

“Di razza ebraica”. Detta così, sembra un’informazione come le altre, un dato buttato alla rinfusa in mezzo a un indeterminato numero di parole. Ma non è questo il caso. Nel 1941, sul diploma di laurea di Primo Levi, scrittore, partigiano e chimico, nonché uno dei più importanti intellettuali della letteratura italiana, compariva questa indicazione. “Di razza ebraica“: un grido feroce, un urlo strozzato. Nato a Torino il 31 luglio 1919 da Ester Luzzati e Cesare Levi, l’autore di origini ebraiche essendosi unito a un nucleo partigiano del Colle di Joux (Val d’Aosta) fu arrestato dalla milizia fascista e trasferito nel campo di Fossoli per essersi dichiarato ebreo durante l’interrogatorio. Queste le sue parole, durante un’intervista rilasciata al giornalista Enzo Biagi:

Mi hanno catturato perché ero partigiano, che fossi ebreo, stupidamente, l’ho detto io. Ma i fascisti che mi hanno catturato lo sospettavano già, perché qualcuno glielo aveva detto, nella valle ero abbastanza conosciuto. Mi hanno detto: «Se sei ebreo ti mandiamo a Carpi, nel campo di concentramento di Fossoli, se sei partigiano ti mettiamo al muro». Decisi di dire che ero ebreo, sarebbe venuto fuori lo stesso, avevo dei documenti falsi che erano mal fatti.

Da qui, il 22 febbraio 1944 Primo Levi fu trasferito ad Auschwitz, a bordo di un treno merci che trasportava 650 ebrei e in quanto chimico, ottenne un incarico come specialista di laboratorio. Grazie ad incontri e coincidenze fortunate – come lo stesso scrittore ha più volte dichiarato – riuscì a sopravvivere alla dura prigionia, terminata nel gennaio 1945 con l’arrivo dell’Armata Rossa nel lager. Tornato in Italia, profondamente segnato dalla drammatica esperienza vissuta, scrive quello che diventerà un capolavoro della letteratura mondiale: Se questo è un uomo, un’opera memorialistica il cui titolo si ispira all’antica preghiera ebraica della Shemà:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.

Una storia triste e disumana, le parole grondano come lacrime di sangue. Se questo è un uomo non è la testimonianza diretta di un sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, ma è un inno coraggioso, una preghiera solenne sussurrata da un popolo che non aveva né terra né speranza. Il Primo Levi – chimico è parte integrante della storia, soprattutto per il suo tono distaccato, chirurgicamente attento, razionale; ogni parola descrive con semplicità, ma sempre con eleganza, l’animo umano martoriato, la carne lacerata.

Inizialmente, il romanzo ebbe una tiepida accoglienza, a onor del vero venne pubblicato nel 1947 dalla casa editrice De Silva, che stampò circa 2500 copie. Il successo dell’opera arrivò nel 1958: pubblicato da Einaudi, diventò un vero e proprio messaggio di dignità contro l’odio e la vergogna di quel mostruoso pezzo di storia dell’umanità. Il tema dell’Olocausto è presente anche nella seconda opera letteraria di Primo Levi: La tregua, vincitore del primo premio Campiello nel 1963, un romanzo che narra il viaggio verso la libertà e la fine della guerra; l’ennesima testimonianza raccontata senza compassione, ma con efferato realismo e una profonda delicatezza.

Nel 1975 è la volta di una raccolta di racconti autobiografici e di fantasia: Il sistema periodico, in cui ad ognuno dei 21 racconti è associato un elemento della tavola periodica. Con un tono diretto e un incredibile leggerezza, Primo Levi ripercorre la sua vita attraverso elementi chimici ed esperienze vissute. Con il romanzo La chiave a stella, l’autore torinese vince il Premio Strega nel 1978. Il protagonista di questa storia è Libertino Faussone, detto Tino, un operaio specializzato che racconta con stile e ironia le sue avventure in giro per il mondo. Il linguaggio ruvido e schietto di Levi ci mostra il rapporto tormentato tra uomo e lavoro, le delusioni, i dubbi e le responsabilità:

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono.

Da queste parole si denotano contenuti più che mai attuali: lavoro e dignità. Un’pera inconsueta rispetto alle precedenti, ma non per questo meno complessa e delicata. Nel saggio I sommersi e i salvati (1986), titolo inizialmente pensato per Se questo è un uomo, Levi torna nei lager nazisti approfondendo con un’attenta analisi il comportamento dell’essere umano. Domande e risposte vanno in scena in questo spaccato necessario tra vittime, aguzzini, populisti e indifferenti.

C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.

L’11 aprile 1987 viene trovato morto a casa sua a seguito di una caduta. Tra le ipotesi si fece strada anche quella del suicidio, che sarebbe scaturito da una forte depressione e dai profondi strascichi psicologici dovuti al drammatico passato nei lager. Tra una tesi e l’altra, resta l’indiscussa certezza che ciò che ci ha lasciato Primo Levi è una grande testimonianza di umanità, ma soprattutto, l’arma più potente per far si che gli orrori del passato non vengano più a bussare alla porta: la parola.

Luigi Affabile per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.