La “dipendenza” dei musei: i finanziamenti non etici delle istituzioni culturali

0 536

La “dipendenza” dei musei: i finanziamenti non etici delle istituzioni culturali

musei di tutto il mondo, in quanto organizzazioni non profit, per continuare la loro attività di tutela e valorizzazione culturale devono basare la propria sostenibilità economico-finanziaria su donazioni pubbliche o private. Infatti i margini di contribuzione realizzati coi biglietti venduti spesso non sono sufficienti a sostenere la struttura dei costi, costituita prevalentemente da costi fissi che rendono quasi impossibile raggiungere il pareggio di bilancio. È per questo che si rende necessario l’afflusso di erogazioni liberali, non tanto da parte di first time donors, ossia i cittadini che effettuano una prima e sola donazione, bensì da parte di donatori costanti e che diano cospicue cifre di denaro (i cosiddetti constituents). Ciò porta alla definizione di una corporate strategy, con cui il board e il general manager del museo devono deliberare piani strategici per massimizzare le donazioni private. Peccato che non tutti i musei abbiano chiari sistemi di controllo dei grants ricevuti, motivo per cui si potrebbero avere anche finanziamenti non etici. Come accaduto negli Stati Uniti e nel Regno Unito.

Il Solomon Guggenheim di New York

Infatti il New Yorker, con un’inchiesta di fine ottobre dell’anno scorso, ha scoperto che istituzioni come il Brooklyn Museum, il Solomon R. Guggenheim Museum, il Metropolitan Museum of Art, la Dia Art Foundation, gli Harvard Art Museums, il Museum of Fine Arts di Boston, la Smithsonian Institution, la Serpentine Gallery e il Victoria and Albert Museum di Londra hanno accettato in passato donazioni da parte di membri della famiglia Sackler, direttamente o mediante l’apporto di trust.

Per chi non avesse alcuna idea al sentire di questo nome, la famiglia in questione è costituita dai discendenti dei fratelli Sackler, psichiatri del Connecticut che fondarono nel 1892 la Purdue Pharma. Società privata creata per scopi farmaceutici, si avvalse soprattutto delle ricerche di Arthur Sackler, che fu tra i primi a studiare gli effetti del farmaco Valium della Pfizer e a legittimarne l’uso come sedativo. Fu così che si arrivò alla creazione di altri antidolorifici, sulla scorta anche delle esperienze dei due conflitti mondiali, vendendo prodotti come il Vicodin e il Percocet.

Ma a destare controversie nell’opinione pubblica nel medio-lungo periodo fu la produzione e vendita, nel 1995, dell’OxyContin. Un successo per la famiglia Sackler, che le ha permesso di fruttare un fatturato di 1,5 mld di dollari nel 2002 grazie a una sua caratteristica differenziante rispetto a farmaci della stessa categoria: quando una pillola di OxyContin viene frantumata in bocca, agisce immediatamente, facendo venire meno il tradizionale meccanismo di rilascio a tempo degli effetti antidolorifici. L’oppiaceo in questo modo arriva ad assomigliare nettamente all’eroina, favorendo dipendenza e conducendo velocemente all’overdose in caso di abuso. E ad aggravare la situazione è il fatto che il sistema sanitario americano è molto restrittivo, dato che impone enormi limitazioni nella prescrizione di narcotici farmaceutici: in questo modo chi rimane assuefatto dagli effetti dell’OxyContin tende a passare velocemente all’eroina. Basti pensare che una ricerca del 2012 del New England Journal of Medicine evidenzia come il 76% degli eroinomani americani abbia iniziato abusando di tali antidolorifici. È pertanto opportuno stabilire una correlazione tra la proliferazione di questi farmaci negli anni ’90 e la seguente epidemia della dipendenza da oppiacei. Un’epidemia che non accenna a diminuire, tenendo conto che la DEA (Drug Enforcement Administration) attesta che l’uso di eroina negli Stati Uniti è triplicato nel periodo 2007-2014, in cui si sono registrate 435.000 persone affette da dipendenza cronica, ed è tuttora in rapido aumento.

Famiglia Sackler

A questo punto risulta alquanto scandaloso pensare che istituzioni culturali come importanti musei americani e britannici abbiano ricevuto ingenti donazioni da parte di una società del genere. Paradossalmente, però, non c’è da stupirsi: da una parte, alla famiglia Sackler conviene investire in tali organizzazioni non profit per una questione di Corporate Social Responsibility, cercando di smacchiare il proprio brand dagli outcome negativi dei suoi prodotti favorendo outcome positivi mediante la promozione di progetti culturali; dall’altra parte, ai musei in questione tali grants sono quasi essenziali al fine di effettuare piani di espansione architettonica e di miglioramento del proprio posizionamento “competitivo” nei confronti del pubblico (con le maggiori risorse economiche è possibile infatti investire di più nel communication marketing del singolo museo e primeggiare rispetto agli altri anche in merito alla qualità delle esposizioni e dei servizi accessori).

Sull’operato dei Sackler non penso ci sia molto da dire, se non che il loro aver promosso in maniera ossessiva l’OxyContin ha dato luogo a una bomba sociale che è già deflagrata. Per quanto riguarda invece i musei che hanno ricevuto tali finanziamenti, sarebbe invece opportuno avviare una radicale riflessione sulla loro corporate governance. Infatti un’istituzione culturale, in quanto foriera di ideali di promozione della vita di una comunità e della sua crescita mediante l’educazione, dovrebbe per prima stare attenta a chi la sostiene economicamente e controllare le donazioni, al fine di aderire pienamente alla propria missione etica.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.