I Grandi Classici – “Il compagno” di Pavese, uno sguardo inorridito dentro l’abisso del nulla sociale

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A volte, la grandezza di un’opera consiste anche nella sua valenza preconizzatrice, prometeica, profetica; la quale, sempre a volte, si annida tra le pagine nei luoghi e momenti più impensati. Chi si aspetterebbe di trovare, all’interno de Il compagno di Cesare Pavese, i germi della futura saga futuribile più nota di tutti i tempi, ossia Guerre Stellari (e non me ne vogliano i seguaci di Star Trek)? Eppure, in uno dei passaggi più memorabili di questo Grande Classico, l’autore scrive «In quanti posti, pensavo, noi si passa e c’è stata la Forza e nessuno lo sa».

D’accordo, I confess, ammetto che, anche se non sembra, quella F maiuscola è apocrifa, e quindi probabilmente Pavese non intendeva realizzare una frase pensando di farla pronunciare ad un meditabondo Obi Uan Kenobi o qualsiasi altro Jedi, ma mi appello al fatto che il motivo di questo abile falso era da Lato Chiaro della Forza: ossia, trovare un motivo di interesse in questo indifferente (in senso moraviano) Il compagno, lavoro che Pavese pubblicò nel 1947 per Einaudi, e da cui nel 1999, chissà mai perché, è stato tratto anche un film per la televisione.

Una edizione de Il compagno

Non avesse deciso, nell’agosto del 1950, di entrare nel novero di quelli che all’odio e all’ignoranza preferiscono la morte, Cesare Pavese avrebbe ben potuto essere uno dei traduttori di J.D. Salinger, che nel 1951 pubblicò quel Giovane Holden che gli assicurò sinora imperitura e sopravvalutata fama. Al di là della contiguità temporale e del fatto che Pavese fu anche eccellente traduttore (non dimentichiamo mai che rese in italiano Dos Passos, Faulkner, Joyce, Steinbeck, Defoe, Dickens e financo Moby Dick), non è possibile non notare un afflato simile tra l’opera di Salinger e Il compagno – fermo restando che quest’ultimo è del tutto scevro dalla sicumera salingeriana che si percepisce in ogni pagina dell’americano, dal Giovane Holden alla lista della lavanderia, convinto che ogni suo rigo sia letteratura eccelsa per il tautologico motivo di essere stato scritto da lui stesso.

Il compagno, quindi: come Holden, il protagonista che conosciamo col soprannome di Pablo ci prospetta un racconto di formazione, la storia di un giovanotto della piccola borghesia che trascorre il tempo come commesso di una e suonando la chitarra alla sera con gli amici. Pablo però si sente solo, dopo che l’amico Amelio è rimasto paralizzato in seguito ad un grave incidente in moto. Per cui, un bel giorno Pablo va a trovare l’amico e conosce Linda, la ragazza di Amelio, disinvolta e libera che fa vita mondana e conosce attori e impresari, e se ne innamora ma non dice ad Amelio che è “uscito” con lei. Dopo undici capitoli ed esattamente a metà romanzo, termina la prima parte del romanzo, non prima che Linda si sia messa con un impresario teatrale cinquantenne e, in conseguenza di ciò, Pablo abbia deciso di lasciare la natia Torino. Allora va a Roma, che è in balia del fascismo, consce Gina, ripara biciclette, passa dall’opposizione borghese a quella operaia, viene arrestato e scarcerato per mancanza di prove: deve però tornare a Torino, dove si intuisce che lo seguirà Gina, con la quel nel frattempo ha stabilito una rutilante relazione seria e senza scosse.

Anche alla luce della tematica dell’opposizione al fascismo, si fatica a trovare un’emozione in un racconto che si snoda senza sussulti, senza afflati, senza interesse ed empatia per i protagonisti che si trascinano indifferenti e molli come celenterati, senza essere sorretti neppure dalla struttura narrativa, infarcita di salti logici nel monologo interiore e/o buchi di sceneggiatura. Il lessico è di registro basso, specchio di una classe sociale anche inferiore a quella piccola borghesia che dovrebbe rappresentare, dal quale ogni ricerca di bellezza è stata espunta. A tutti i costi si è voluto vedere, e certo l’intenzione era quella, in Amelio l’antagonista/doppio di Pablo: ma tra personaggio invischiati nello stesso sentimento dell’inutilità incombente una reale tensione non nasce, e se viene accennata ciò accade in maniera didascalica e forzosa.

La critica, piuttosto ovviamente, ha visto in Pablo un riflesso di Pavese stesso, anche per l’evidente parallelo nell’aspetto riguardante la condanna per antifascismo (anche Pavese fu processato e condannato al confino): potremmo anche spingerci a vedere ne Il compagno, attraverso quello che è stato definito un realismo crudo, un sintomo del male di vivere pavesiano, manifesto antiprogrammatico di uno scrittore estraniato che faticava a trovare un senso. Potremmo perfino, in fondo, ribaltare il problema: non era forse Pavese a provare un male di vivere più acuto, ma è il resto del mondo a vivere costantemente come se avesse inalato del gas esilarante.

Ecco, allora, quale può essere la chiave di lettura de Il compagno che, è stato detto, scruta a fondo in una realtà: è però un abisso abissale da cui non ci viene restituito nemmeno lo sguardo dei mostri, ma soltanto il nulla. Il che, ovviamente, è molto più spaventoso.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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