I cento passi di Peppino Impastato, simbolo di denuncia e ribellione contro la mafia

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È nato nella terra dei vespri e degli aranci, tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio…

Negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di Giustizia che lo portò a lottare..

Peppino Impastato

Peppino Impastato, nella canzone a lui dedicata dai Modena City Ramblers, viene presentato così: nato in una terra bellissima, la Sicilia,  piena di storia e di cultura, ma divorata da un cancro, la mafia. Quella mafia di cui faceva parte anche la sua famiglia, ma a cui lui decise di voltare le spalle, e di denunciare: sono passati quasi quarant’anni dalla notte del 9 maggio 1978, quando fu ucciso, a 30 anni, proprio da quella mafia che lui voleva debellare. Troppo testardo, troppo rumoroso, troppo impegnato politicamente: da lì a qualche giorno si sarebbero tenute le elezioni comunali a Cinisi, il suo comune, e lui era candidato come consigliere per Democrazia Proletaria, carica a cui venne comunque eletto dopo la sua morte, come simbolo.

Giuseppe Impastato, meglio noto come Peppino, nato a Cinisi il 5 gennaio 1948, sembrava avere il destino già segnato: era nato in una famiglia di mafia. Suo zio, Cesare Mazella, prima di essere assassinato in una guerra intestina per il potere, era il capo mafia della Famiglia di Cinisi; il padre, Luigi Impastato, era grande amico di un altro dei boss della zona, Gaetano Badalamenti, che faceva riferimento a Cosa Nostra.

Eppure lui, mentre frequenta il liceo classico di Partinico, si avvicina ad ambienti totalmente opposti, quelli di sinistra del PSIUP, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, ed insieme ad alcuni amici fonda un giornale, L’idea socialista, subito messo al bando per i servizi d’inchiesta ritenuti troppo scomodi.

Peppino Impastato durante un comizio

Dopo un avvicinamento a movimenti di stampo marxista-leninista, nel 1976 avviene la svolta: fonda il Circolo Musica e Cultura, un’associazione culturale che presto diventa un punto di riferimento per i giovani di Cinisi, e Radio Aut, una radio libera, dai cui microfoni denuncia le attività di stampo mafioso – soprattutto quelle del boss Gaetano Badalamenti, che gestiva un traffico di droga miliardario tra Italia e Stati Uniti – e ridicolizza mafiosi e politici locali.

Sono gli anni in cui la sua attività di denuncia è frenetica, sia come giornalista sia come aspirante politico: «parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene» diceva Paolo Borsellino, e Peppino lo faceva, perché sapeva che la mafia uccide, e il silenzio pure. E in un’Italia paralizzata dal terrorismo nero e rosso, scioccata dal rapimento di Aldo Moro – morto anche lui il 9 maggio 1978 – serviva qualcuno che si ribellasse, e che urlasse al mondo che «la mafia è una montagna di merda».

Uno, due, tre, quattro, cinque, dieci, cento passi, prosegue la canzone, a ricordare la distanza che separava la casa degli Impastato da quella del boss Tano Badalamenti: una distanza minima, che Peppino Impastato, mani in tasca e sguardo torvo, aveva percorso migliaia di volte. Lasciato solo dallo Stato Italiano, senza alcuna protezione, c’erano solo cento miseri passi tra lui e il suo assassino, tra lui e la morte. Morte che avvenne nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, quando venne prima stordito, poi fatto esplodere con del tritolo sui binari della linea Palermo-Trapani, come ad inscenare un macabro suicidio.

Peppino Impastato però, per volere dei mandanti del suo omicidio, doveva morire due volte: fisicamente la prima, spiritualmente la seconda. Il suo spirito e la sua voglia di lottare dovevano essere seppellite da calunnie e menzogne, le sue verità – che lui urlava con tanto fervore dalla sua radio, da palchi improvvisati e nelle piazze di una Cinisi finta sorda – dovevano sprofondare come nelle acque di un lago torbido.

Peppino Impastato di fronte alla sede di Radio Aut

Hanno provato a chiamarlo suicida, poi attentatore: di tutto per infangare la sua memoria, per tenere in piedi quel muro di omertà che Peppino aveva provato a rompere. Solo nel 1984, sei anni dopo il suo omicidio, grazie all’instancabile impegno della sua famiglia e dei sui compagni, l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo emette una sentenza dove si riconobbe la matrice mafiosa del delitto, ma attribuendolo ad “ignoti”. I Notissimi Ignoti, in realtà, come li definì la madre di Impastato nell’omonimo dossier di denuncia, non erano altro che il boss di Cosa Nostra Gaetano Badalamenti, grande amico del padre di Peppino, e il vice Vito Palazzolo: verranno finalmente riconosciuti colpevoli solo nel 2001 e 2002, e condannati per il suo omicidio.

Raccontare chi era Peppino Impastato, ricordare la sua storia e la sua sete di giustizia e legalità, può sembrare pesante, ufficioso, solo buona retorica ad imbellire un discorso trito e ritrito. Invece no: la sua storia, la sua lotta, la decisione di voltare le spalle alle tenebre di quel mondo a cui apparteneva, la mafia, e di scegliere la legalità non sono parole vuote legate ad ideali altrettanto privi di senso, e non devono esserlo. Devono essere il fuoco che ci spinge a denunciare, a prendere la strada della legalità, anche se magari più lunga e tortuosa, ad opporci di fronte alle ingiustizie, a «sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà».

Perché la memoria è corta, e l’odio nei confronti della legalità duraturo: solo l’altro giorno a Legnano, nel milanese, è stata incendiata una targa commemorativa dedicata a Impastato. E allora bisogna continuare a battersi per la legalità, e urlare, a pieni polmoni, come lui fece allora: la mafia è una montagna di merda!

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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