“Museo for all”: quando l’arte aiuta i malati di Alzheimer

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Museo for all: quando l’arte aiuta i malati di Alzheimer

Proprio come la vita, anche internet si ripete e nella sua routine ci ripropone spesso notizie già lette e video già visti. È il caso della notizia, divenuta virale, riguardante l’opera pittorica di William Utermohlen, la cui celebrità è legata ad una serie di autoritratti realizzati nell’arco di cinque anni: dal 1995, quando gli fu diagnosticato l’Alzheimer, al 2000. Invogliato dalla sua infermiera, Utermohlen ritraeva ogni giorno l’avanzamento della sua malattia che si è concretizzata sulla tela nella progressiva distorsione dei tratti fisionomici e nella perdita di spessore dei lineamenti. Lentamente è così emersa la composizione della desolante immagine dell’uomo che perde se stesso e diventa un involucro eroso dal tempo, un eco in filigrana di ciò che c’era in precedenza. Eppure, dipingere, in qualche modo, gli permetteva di rimanere legato alla sua identità.

La frustrazione derivante dalla consapevolezza di non riuscire ad esprimersi liberamente, perché col tempo anche il ricordo delle parole sbiadisce, è un sentimento comune in chi combatte contro questa malattia spersonalizzante e degenerativa. Ultimo baluardo in quella che diventa, quindi, una corsa contro il tempo è quel bagaglio di parole silenziose che l’arte è capace di evocare con la sua capacità di adattarsi ad ogni contesto. A questo riguardo, uno studio condotto dagli svedesi Boo Johansson e Emelie Miller (Capability to Paint and Alzheimer’s disease, 2016) ha messo in evidenza come i malati di Alzheimer siano proclivi all’espressione artistica anche senza un insegnamento precedente e ha dimostrato come dipingere sia un’attività che apporti loro importanti benefici.

Ne sanno qualcosa al Museo BeGo (Benozzo Gozzoli) in quel di Castelfiorentino, in provincia di Firenze, dove a dicembre si è concluso un primo ciclo di incontri nell’ambito del progetto Storia ed Arte, creato ad hoc per persone affette da Alzheimer e che ha visto, quest’anno, anche la partecipazione di un artista del calibro di Marco Borgianni. Con una tecnica molto simile a quella della realizzazione dei graffiti con pastelli a cera, le persone anziane insieme ai loro caregiver e con l’aiuto di Borgianni, hanno prima accostato differenti colori su una tela vuota per poi riempirla di colore nero. Successivamente, con l’apposita strumentazione, hanno disegnato dei solchi seguendo l’istinto e facendo riemergere la brillantezza dei colori sottostanti. Alla fine di questo processo creativo, i nuovi artisti si sono riuniti per commentare le loro opere e rievocare le emozioni provate durante la loro realizzazione, il tutto in un ambiente stimolante, creativo e soddisfacente. Ricordiamo, poi, che tutte le opere realizzate in questa occasione saranno oggetto di una mostra a febbraio presso il BeGo.
Il progetto Storia ed Arte rientra in quello intitolato Museo for all che durerà tre anni ed è realizzato con il contributo della Fondazione CR di Firenze. Esso mette in pratica gli insegnamenti del programma TimeSlips creato nel 1998 dalla dottoressa Anne Basting che si propone di migliorare sensibilmente la vita di persone con demenza incentivando il loro impegno sociale tramite la scrittura, la pittura, la recitazione e altre attività di gruppo.

Fin dal 2013, il museo BeGo è impegnato in una grande opera volta a garantire l’inclusività e l’accessibilità dell’arte, affinché tutti possano diventare fruitori della bellezza. Il museo ha infatti reso disponibile il proprio patrimonio artistico anche a ciechi, ipovedenti e persone con vari tipi di disabilità, sia fisica che cognitiva.

Storie ad Arte ha contribuito a rafforzare e rendere sempre più esplicita la missione del nostro museo: quella di luogo accessibile, accogliente, impegnato attivamente a soddisfare le esigenze dei suoi pubblici e a lavorare per l’inclusione sociale, soprattutto per le persone particolarmente fragili. […] Il progetto si è infatti arricchito grazie al lavoro dell’artista Marco Borgianni; un lavoro di ricerca, originale e in parte inedito che ci ha visto cooprogettare l’esperienza insieme: artista, direttore, servizi educativi del Museo con Alice Vignoli e Stefania Bertini e Silvia Melani animatrice geriatrica che da anni lavora, anche in contesti museali, con le persone anziane fragili e chi se ne prende cura. Ci siamo poi avvalsi del prezioso supporto di Miriam Mandosi che si sta occupando del monitoraggio e della valutazione del progetto. Al BeGo crediamo fermamente che l’arte possa aiutare le persone con Alzheimer a rimanere socialmente vive, anche insieme ai propri cari.

Serena Nocentini, direttore scientifico del BeGo

Un progetto ambizioso e di non facile realizzazione, ma che ci fa sperare un po’ di più nell’umanità e ci conferma il valore salvifico dell’arte, qui non solo a livello spirituale, ma anche e soprattutto fisico. E Firenze non è certo l’unica città interessata: ricordiamo, ad esempio, l’opera Follow the shape di Paolo Puddu realizzata sul corrimano che percorre il perimetro di Piazza d’Armi (Castel Sant’Elmo, Napoli) e consistente in una serie di frasi in braille che tentano di descrivere ai non vedenti la bellezza del panorama del golfo napoletano da lì osservabile.

Per quanto opere come questa non dovrebbero destare più del dovuto stupore, ma rientrare nella semplice normalità, è importante menzionarle affinché i processi di inclusione – che siamo ancora lontani dal realizzare pienamente – non vengano mai abbandonati e il mondo diventi un posto più vivibile per tutti, tanto meglio se all’insegna dell’arte e della bellezza.

Valeria Bove per MIfacciodiCultura

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