Giovanni Pascoli: il poeta fanciullino a cavallo fra due secoli

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Giovanni Pascoli: il poeta fanciullino a cavallo fra due secoli

Giovanni Pascoli fu il poeta del fanciullino, colui che si dedicò alle piccole cose, a quelle che non interessano a nessuno, come le tamerici. Giovanni Agostino Placido Pascoli nasce il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna e morirà a Bologna il 6 aprile 1912.

Giovanni Pascoli
Pascoli

Lui scrisse di oggetti e persone del quotidiano, scrisse l’amore per le sue sorelle, scrisse del dolore che può infliggerti la vita. Giovanni Pascoli avviò il lento cammino della poesia italiana verso nuovi orizzonti, allontanandosi dalla pomposa lirica del D’Annunzio, fatta di passione e termini arzigogolati. Anche se fece parte dell’eccellenza poetica italiana che ancora utilizzava forme stabili e schemi di rime, senza abbandonarsi ancora al verso libero leopardiano (già usato anche da D’Annunzio).

Eppure, per certi aspetti, senza Pascoli non avremmo tutta la grande poesia novecentesca. Non sarebbero mai arrivate le sinestesie del Montale o la mancanza di nessi logici in Quasimodo.

Seguendo la linea del Foscolo, anche Giovanni Pascoli si rese conto della difficoltà di usare l’endecasillabo, il verso eletto dantesco. Era complicato tradurre i grandi poemi omerici, o tutta la tradizione greco-latina in esametri, tramite versi di undici sillabe. Si creavano periodi troppo lunghi, che spesso costringevano il poeta ad un abuso di enjambements, rendendo il ritmo spezzato e complesso. Sperimentò con tutti i versi possibili della lingua italiana, e con le sue forme metriche di lunga tradizione: ma, tra un sonetto e un endecasillabo, cercò anche di ricopiare in italiano l’esametro omerico.

In Pascoli c’era lo studio dei classici, ma anche l’allontanamento progressivo da certi atteggiamenti positivisti tipici dell’Ottocento. Questo poeta visse a cavallo di due secoli, rimase in bilico fra Ottocento e Novecento, fu esattamente a metà fra la totale e spensierata fiducia nella poesia e il totale nichilismo.

Questo clima storico culturale (che non colpì solo l’Italia) influenzò la sua poetica tanto quanto la sua vita: da giovane pieno di vita e politicamente impegnato, con sogni di gloria per la sua carriera da insegnante, la sua vita diverrà sempre più statica, creando in lui un forte senso della separazione e del distacco dall’ambiente famigliare che non riuscirà mai effettivamente a superare.

La sua vita fu difficile sin dalla tenera età: il 10 agosto 1867 il padre, Ruggero, viene brutalmente assassinato. Le cause dell’omicidio non furono mai chiarissime, ma è considerato probabilmente legato al malavitoso Pietro Cacciaguerra.

Da lì, la morte cominciò ad allungare la sua ombra sulla famiglia di Giovanni, lasciando impronte in lui indelebili. La mancanza di un uomo, ovviamente, portò la famiglia ad un lento e inesorabile declino economico: la madre morì per un attacco cardiaco, nel ’71 il fratello Luigi perse la vita per una meningite, mentre Giacomo morì per tifo nel ’76.

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Pascoli e le sorelle

Giovanni rimase l’unico uomo di casa.

Le sorelle Ida e Maria andarono a studiare in convento. Nel frattempo, Pascoli riuscì allora a concludere i suoi studi e a conseguire la sua laurea nel 1882. Durante l’Università a Bologna, dove conobbe anche Carducci, Pascoli si avvicinò a diverse esperienze politiche, soprattutto di sinistra. Ma rimase molto colpito dall’uccisione di Umberto I da parte degli anarchici e, gradualmente, si allontanò da quel mondo.

Nel frattempo, le sorelle erano uscite dal convento e volevano vivere con Giovanni. Lui, sentendosi in colpa per averle abbandonate durante gli anni universitari, acconsentì.

La sua carriera di insegnante nel 1985 lo portò a diventare professore in Università in città come Bologna, Messina, Pisa. Ma Pascoli non si trasferì mai nelle grandi metropoli, rimanendo nel nido di Castelvecchio.

Rimasto sempre accanto alle sue sorelle, ad un certo punto volle sposare Ida: ma, quando questa si sposa, per Pascoli sono momenti di acuta sofferenza. Dopo dieci anni in cui aveva dedicato tutto alle sorelle, sia economicamente che rinunciando ad altri amori o altri lavori, si sentiva tradito da quella sorella. Fu allora che si fidanzò con la cugina Imelde Morri, ma non la sposò mai: Mariù non avrebbe mai sopportato un suo abbandono.

Fu così che rimase in casa con la sorella, rinunciando nuovamente ad un amore (dal sapore di ripicca).

Per Giovanni Pascoli la famiglia era tutto. L’abbandono della sorella Ida, di cui era innamorato, finì per gettarlo nel baratro della disperazione. Oltre il danno la beffa: il marito della sorella scappò poi in America con dei soldi prestati dal Pascoli, lasciando in Italia moglie e tre figli.

Gli ultimi anni della sua vita li passa nell’alcool, ormai totalmente sfiduciato non solo dalla sua vita privata, ma anche dagli svolgimenti bellici che vedono l’avvicinarsi della guerra.

Nella sua poesia c’è tutto questo, anche se forse mai pienamente esplicitato: ci sono immagini decadenti, anche con un certo gusto noir, che si affiancano a liriche piene di quotidianità e parole dei campi o della vita di tutti i giorni (inammissibili, ad esempio, per D’Annunzio). Il fanciullino è colui che guarda il mondo con innocenza, senza l’ausilio della scienza: ogni sfaccettatura della vita è guarda attraverso gli occhi di questo bambino mai cresciuto, che si esprime nella poesia. Anche con passaggi oscuri, non sempre facilmente intuibili. E che non volevano volontariamente essere chiari.

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G. Pascoli in campagna

Irrazionalità e intuizioni hanno la meglio su ragionamenti e scienze.

Si tratta di un’analisi ontologica del mondo, scevra da particolari riferimenti storici o autobiografici: il poeta deve interpretare e narrare il mondo in chiave universale.

Un poeta non è tanto fatto dai suoi sentimenti, ma da quello che vuole comunicare agli altri, da ciò che vuole dire al lettore.

Non omnes arbusta iuvant humilesque Myricae.

Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici.

Virgilio Bucoliche, IV

Myricae è la sua prima raccolta di poesie, la cui prima edizione vede la luce nel 1891, ma che si estende per lunga parte della sua vita. Una poesia umile, fatta di campi e quotidiano, quella del nido: queste sono le tamerici pascoliane.

Onomatopee, sinestesie, allitterazioni e anafore fanno parte della lingua di Pascoli, portano il lettore in un modo alle volte oscuro, proprio come aveva insegnato Baudelaire nella sua Corrispondenze. E questa lezione coglierà Montale.

Perché, in nuce, Giovanni Pascoli aveva colto le sfaccettature di due secoli, anticipando il futuro ma mescolandolo al passato.

Il poeta morirà a Bologna il 6 aprile 1912.

Alla sera

Forse perché della fatal quïete

Tu sei l’imago a me sì cara vieni

O sera! E quando ti corteggian liete

Le nubi estive e i zeffiri sereni,

E quando dal nevoso aere inquïete

Tenebre e lunghe all’universo meni

Sempre scendi invocata, e le secrete

Vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme

che vanno al nulla eterno; e intanto fugge

questo reo tempo, e van con lui le torme

Delle cure onde meco egli si strugge;

e mentre io guardo la tua pace, dorme

Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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