Patti Smith, la sacerdotessa del rock

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Patti Smith, la sacerdotessa del rock

Domenica 24 dicembre, Canale 5, prima serata: Gerry Scotti conduce dalla sala delle udienze Pontificie in Vaticano l’annuale Concerto di Natale. Nonostante la compiaciuta schiera di porporati in prima fila, non si tratta dell’ordinario concerto di musica sacra: sullo stesso palcoscenico dal quale il Papa è solito rivolgersi ai fedeli, l’auditorium del Vaticano, ospita un ricco cast di artisti italiani ed internazionali, fra i quali spiccano celebrità del calibro di Lola Ponce, Noa e Patti Smith. La “sacerdotessa del rock“, in questa notte di Natale, ha commosso il pubblico cantando alcuni dei cavalli di battaglia del suo repertorio, peraltro accompagnati al pianoforte dalla figlia Jesse, anche lei musicista.

Patti Smith
Horses, il primo album di Patti Smith (1975)

Nata a Chicago il 30 dicembre del 1946 durante una bufera di neve, Patricia Lee Smith – in arte Patti Smith – cresce in una famiglia molto povera, con un’educazione profondamente religiosa e in una casa colma di libri; il padre, Grant Smith, è macchinista mentre la madre, Beverly, è una cantante jazz. Tuttavia, a causa delle gravi difficoltà economiche, gli Smith sono costretti a trasferirsi a Pitman, nel New Jersey: qui la giovane Patti impara presto ad arrangiarsi studiando come insegnante e lavorando in una fabbrica di libri a Filadelfia. Appena 19enne, però, rimane incinta da un ragazzo ancora più giovane di lei: deciderà di non tenere con sé “la bambina che non conoscerà mai“, bensì di affidarne la cura ad una famiglia istruita e benestante.

Non è certo una decisione presa a cuor leggero, per cui da quel momento giura a se stessa di dare un senso alla propria esistenza. Così, nella primavera del 1967 (forse un April Fool?), una ventunenne Patti trova il coraggio di sfidare la sorte trasferendosi nel cuore pulsante della costa orientale: New York. «Il desiderio di unirsi alla fratellanza degli artisti era grande»: così spiegherà questa sua scelta apparentemente “folle” qualche anni dopo, una volta diventata una cantante di successo.

Tuttavia, l’approdo nella Grande Mela si rivela tutt’altro che semplice per una ragazza senza un soldo in tasca. I primi tempi, in particolare, risultano particolarmente duri: Patti trascorre più di una notte nei parchi e nelle strade della città; di giorno, invece, alterna la scrittura di articoli di critica musicale al lavoro in una libreria, nella quale si trattiene talvolta a dormire non potendosi permettere l’affitto di un appartamento. Ciononostante, la cantautrice ricorderà New York come una città tutto sommato “amichevole”, “una grande comunità” ricca di svariate opportunità. Una di queste opportunità, ad esempio, porta il nome di Robert Mapplethorpe (1946-1989), un giovane fotografo destinato al successo con il quale Patti stringerà, proprio a partire dagli anni newyorchesi, un legame artistico e sentimentale molto profondo.

Patti Smith e Robert Mapplethorpe

«Voglio essere una poetessa, non una cantante» avrebbe confidato la giovane Patti a Robert e lui le avrebbe risposto: «Puoi essere tutte e due le cose» (Just Kids, Feltrinelli 2010). A ben vedere, infatti, la giovane ragazza di Chicago si porta dietro troppe parole per poterle esprimere tutte mediante le sole canzoni: pertanto, incoraggiata dal consiglio di Robert, dal 1971 comincia a comporre e recitare in pubblico le sue recitazioni libere, letture di poesie accompagnate dalla chitarra dell’amico Lanny Kaye. Le sue performance non passano inosservate nella stessa città in cui brillano artisti come Andy Warhol, Allen Ginsberg e Bob Dylan. I due si incontrano in camerino dopo un concerto all’Other Hand: alla curiosità di Dylan, che avrebbe candidamente domandato se ci fossero poeti nei paraggi, una gelida Patti avrebbe risposto affermando che «la poesia fa schifo».

Una frase che testimonia la vicinanza poetica di Patti all’artista che l’avrebbe maggiormente ispirata durante la sua lunga carriera di poetessa e cantante: Arthur Rimbaud (1854-1891), nel cui capolavoro Una stagione all’Inferno raccontava ai lettori di avere insultato la Bellezza.

Pensando al poeta maudit (maledetto) per eccellenza, Patti comporrà all’inizio degli anni Settanta il suo primo album, Horses (1975), che la incoronerà “sacerdotessa maudit del rock“; al “primo poeta punk” della storia, inoltre, la Smith dedicherà esplicitamente il suo secondo album, Radio Ethiopia (1976). «Lo trovo sexy come l’inferno», ammetterà nella sua poesia Il sogno di Rimbaud.

Nonostante il travolgente successo dei due dischi precedenti, sarà con l’uscita di Easter (1978) e, in particolare, con il clamoroso seguito ottenuto dalla hit Because the Night, scritta insieme a Bruce Springsteen, che la Smith raggiungerà l’apice della popolarità.

Patti Smith con suo marito Fred “Sonic” Smith

«Stavo diventando troppo famosa», rivelerà qualche anno più tardi la cantautrice, tuttora convinta di aver scelto «il momento giusto per fare un passo indietro»: nella primavera del ’79, dopo aver girato l’Italia fra stadi colmi di persone entusiaste, Patti sceglie dunque di ritirarsi dalle scene per sposare il suo compagno, il chitarrista Fred “Sonic” Smith, con il quale ha intenzione di creare una propria famiglia. Così accade: Patti ha ben due figli, Jackson e Jessica Smith, entrambi musicisti che oggi la seguono in giro per il mondo, accompagnandola musicalmente di tanto in tanto; per quasi dieci anni, Patti vive come una madre e una moglie “normale”. Nel 1994, però, Fred muore per un attacco di cuore, lasciandola vedova con un figlio di dodici anni e una di sei anni. I lutti sono molti e dolorosi, persino per un carattere forte come quello di Patti: qualche anno prima, infatti, l’avevano lasciata anche l’amico di una vita Robert Mapperthorpe, stroncato dall’AIDS, e il fratello Todd.

Patti, tuttavia, riesce comunque a ritrovare la forza per rialzarsi e riprendere in mano la sua arte: nel 1996 riesce finalmente a completare l’album che aveva concepito insieme a Fred, Gone Again, mentre l’amico Bob Dylan la convince a tornare insieme sul palcoscenico dopo un silenzio lungo sedici anni.

Patti Smith, oggi, ha vinto la sua battaglia sconfiggendo i “demoni” che la vita talvolta ci presenta sul cammino, confermando ciò che John Rockwell scrisse a proposito della sua arte sul New York Times: «Le sue performance sono una battaglia cosmica tra demoni e angeli». Una battaglia, questa, che Patti ha affrontato con successo tanto nell’arte quanto nella vita: questa è poesia.

Fabio Gusella per MIfacciodiCultura

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