I Grandi Classici – “Tre Uomini in Barca”, l’umorismo pulito senza tempo di J.K. Jerome

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Tre Uomini in Barca
Edizione con le illustrazioni originali

Non è consigliabile, si sa, spiegare l’umorismo, anche se il grande Vezio Melegari scrisse un Manuale dell’Umorismo e ben due della Barzelletta (ma si tratta di lavori a loro volta umoristici): ecco perché Freud poté ben scrivere Il motto di spirito e le sue relazioni con l’inconscio, che il motto di spirito è un moto spontaneo dell’animo, ecco perché nelle situazioni più esilaranti c’è una larga parte di improvvisazione e di imponderabile (ecco perché la ripetitività delle gag non fa ridere, e i comici di Colorado men che meno). Ecco perché, ancora, l’iconografia dell’umorismo afferma che le gag più famose siano in buona parte frutto dell’improvvisazione (ma per improvvisare, bisogna sapere molto bene quello che si sta facendo, ammonisce Christopher Walken) o addirittura del caso. Arriviamo quindi al caso nostro: quello di Tre Uomini in Barca (per tacer del cane), capolavoro umoristico di Jerome Klapka Jerome e di tutti i tempi, che con casuale intelligenza e tempo comico nacque per caso.

Agiografia vuole infatti che nel 1889 Jerome volesse in realtà scrivere una guida turistica, nella fattispecie del Tamigi, unendo le notizie turistiche a quelle storico-letterarie sul grande fiume, e legando il tutto attraverso un’esile storia che prevedeva il viaggio di tre amici ed un cane lungo le acque del fiume stesso. Questa sorta di routard usciva a puntate su una rivista, ma la sorte volle che il di essa editore trovasse noiose le notizie che erano il fulcro dell’idea, ma molto interessante il fil rouge pensato da Jerome: il quale si ritrovò così pressoché costretto ad abbandonare le notizie da guida turistica in misura sempre maggiore, finché si ritrovò tra le mani un romanzo: appunto, Tre uomini in barca (per tacer del cane).

Ritratto di Jerome K. Jerome

Non fu uno scherzo da poco: nella sola Inghilterra, le varie edizioni vendettero rapidamente oltre un milione e mezzo di copie, che furono addirittura ben di più negli Stati Uniti, e l’opera, sebbene non abbia fruttato direttamente in termini monetari a Jerome, nondimeno gli assicurò fama immediata (ed imperitura) e gli consentì di vivere di scrittura da allora in poi.

La trama di Tre Uomini in Barca è, come nelle primigenie intenzioni di Jerome, in effetti esile: stressati da un ipotetico superlavoro, tendenzialmente ipocondriaci, tre amici (tra cui il narratore in prima persona, J.) decidono di compiere per motivi si svago e salute una gita in barca risalendo la corrente del Tamigi.

Eravamo in quattro — George, e William Samuel Harris, e io, e Montmorency. Eravamo seduti in camera mia a fumare e discorrere di quanto stessimo male — male da un punto di vista sanitario, intendo, si capisce. Ci sentivamo tutti depressi, il che incominciava a innervosirci. Harris disse che a momenti lo coglievano degli spaventosi attacchi di vertigini, tali da fargli perdere la cognizione di quel che stava facendo; allora George disse che anche lui aveva degli attacchi di vertigini che gli facevano perdere la cognizione di quel che stava facendo. Dal canto mio, era il fegato a darmi dei dispiaceri. Sapevo di avere il fegato in disordine perché avevo appena letto le avvertenze di certe pillole per il fegato, in cui erano descritti nel dettaglio svariati sintomi in base ai quali uno poteva stabilire quando avesse il fegato fuori posto. Io li avevo tutti.

Ciò premesso, i tre amici effettuano questo viaggio di alcuni giorni, lungo le località e le campagne del fiume inglese, vivendo avventure inaspettate infarcite di considerazioni sulle gioie e dolori della vita in barca, e della vita in generale che prendono spesso il tono della filosofia spicciola o per filosofi dilettanti che dir si voglia.

Quante persone, lungo questo viaggio [lungo il fiume della vita], stivano la barca fino a rischiare di farla affondare di cose sciocche che pensano essenziali al piacere e al comfort, ma che in realtà sono soltanto inutile zavorra? Come riempiono la povera piccola imbarcazione fino all’albero di bei vestiti e grandi case, di domestici inutili e di una miriade di amici alla moda ai quali non importa un fico secco di loro, e dei quali a loro importa ancora meno, di costosi divertimenti che non divertono nessuno, di formalità e mode, di finzioni e ostentazioni, e di – oh, la più pesante, la più folle delle zavorre! – della paura di che cosa penserà il vicino, di lussi che possono soltanto nauseare, di piaceri che annoiano, di vuote mostre di sé che, come la corona ferrea del criminale di un tempo, fanno sanguinare e tramortiscono il capo dolorante che la porta! È zavorra uomini… tutta zavorra! Gettatela fuoribordo. Rende la barca così pesante che remare vi sfinisce. La rende così lenta e pericolosa da manovrare che l’ansia e la preoccupazione non vi concedono mai un attimo libero; e non avete mai un momento di riposo per sognare pigramente, mai un momento per osservare le nuvole che sfiorano le onde spinte dal vento, o i scintillanti raggi di sole che giocano con le increspature, o i grandi alberi sull’argine che si curvano per fissare la loro immagine riflessa, o il bosco tutto verde e oro, o i gigli bianchi e gialli, o i giunchi che ondeggiano oscuri o i falaschi, o le orchidee o gli azzurri non-ti-scordar-di-me. Liberatevi della zavorra, uomini! Lasciate che l’imbarcazione della vostra vita sia leggera, carica soltanto di quello di cui avete bisogno: una casa accogliente e qualche semplice piacere, un paio di amici degni di questo nome, qualcuno da amare e che vi ami, un gatto, un cane, e una o due pipe, cibo e indumenti a sufficienza e da bere in abbondanza, perché la sete è una compagna pericolosa. La barca sarà più facile da governare, e non sarà tanto soggetta a capovolgimenti, e se si capovolgerà non sarà così grave; la merce semplice e di buona qualità sopporta un bagno. Avrete tempo per pensare oltre che per lavorare. Tempo per scaldarvi al sole della vita… tempo per ascoltare le melodie eoliche che il vento divino trae dalle corde del cuore umano tutt’intorno a noi… tempo per… Scusate tanto. Divagavo.

Un’illustrazione del romanzo

Il tutto, condito con continue gag e un tono costantemente ironico nella più bella tradizione dello humour inglese, che trova un paragone soltanto nel genio (ok, del Mississippi, ma sempre fiume è) di Mark Twain. E il cane? E una citazione umoristica? Quanto al primo, Jerome condivideva con Twain anche l’ammirazione sconfinata per i loppidi («Egli sarà accanto a voi per confortarvi, proteggere e dare se occorre, la sua vita per voi. Egli vi sarà fedeltà nella fortuna come nelle difficoltà. È il cane!»), e ciò ce lo fa amare anche più di quanto non faccia la sua brillante scrittura, di cui dà prova in Tre Uomini in Barca.

Quanto ad un esempio di umorismo alla Jerome K. Jerome, la tentazione di spoilerare Tre uomini in barca non ci sfiora neppure: altrimenti, che avremmo scritto a fare tutta quella prolusione per cui l’humour non va spiegato – e nemmeno anticipato? Leggete, leggete Tre uomini in barca, e che il loro viaggio vi sia viatico anche per le altre opere di Jerome. Solo una cosa anticipiamo: la scrittura è del XIX secolo, ossia datata, ossia non vi troverete l’amato umorismo blodi-zaloniano pervaso di froci, peti e merda, ma potreste scoprire che si può ridere lo stesso.

C’è humour, oltre l’orizzonte della coprofilia.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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