La trasformazione femminista e trans-mediale dell’arte contemporanea

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La trasformazione femminista e trans-mediale dell’arte contemporanea

Hito Steyerl, Factory of the Sun (2017)

Quando si pensa all’arte contemporanea, si tende comunemente a immaginare un mondo dominato da estetiche kitsch e da logiche produttive ormai pienamente omologate alle esigenze del mercato galleristico. In pratica, un sistema tout court, pienamente rispondente al capitalismo simbolico che domina l’umanità contemporanea. A dire il vero, però, sotto i nostri occhi sta avvenendo una nuova, graduale e dirompente trasformazione capace di trascendere i linguaggi e le abitudini a cui siamo abituati da qualche lustro, relegandoli prossimamente con ogni probabilità alla Storia.

Tale conclusione si può effettuare a partire dalle analisi di ArtReview, rivista specializzata nello studio delle nuove tendenze artistiche nata a Londra nel 1949 e considerata come una delle testate di riferimento per chiunque si voglia informare a tal riguardo a livello internazionale. Infatti ogni anno il giornale stila una classifica, Power100, sui cento personaggi più rilevanti del periodo della galassia creativa e dal 2017 risulta un trend nettamente disruptive rispetto agli anni precedenti.

A dominare non è più un sistema prettamente maschilista, vincolato prettamente a logiche monetarie, curatoriali e galleristiche, bensì un contro-sistema fondato su un’estetica che ha, come fulcro, la fenomenologia e la critica del mondo, al di fuori di ogni centro di potere e oltre il concetto di medium. Sembra quasi di vedere il ritorno di un modo di pensare controculturale come nel ’68, in reazione anche ai crescenti populismi e conservatorismi, ma senza il sostrato ideologico di quell’epoca.

Donna Haraway

Basti pensare che al primo posto della classifica si può trovare un’artista che prima non era mai apparsa nella Power100, spodestando grandi come Marina Abramović e Jeff Koons, ormai simboli del sistema (che si posizionano rispettivamente all’89esimo e al 54esimo posto): Hito Steyerl. Tedesca di origini giapponesi, classe 1966, la sua estetica rappresenta in maniera pregnante e genuina l’evoluzione del concetto di “Belle Arti” nel contesto contemporaneo. Infatti seppur le sue opere manifestino un senso pedagogico, seguendo una tendenza concettuale già in auge da decenni, esse risultano un innovativo tentativo di riflettere sui mezzi di comunicazione del mondo attuale. Tramite i video Steyerl indaga sulla circolazione pervasiva delle immagini nella realtà e sul loro potere, denudando al contempo gli effetti della tecnologia sull’uomo, il tema della violenza sempre più dilagante e del controllo dei corpi dei migranti mediante politiche repressive.

Al secondo posto poi vi è un artista francese, dalla cifra stilistica e contenutistica molto simile: Pierre Huyghe; il fatto che ArtReview lo posizioni sul podio riferisce appieno qual è il trend che la rivista ha scorto. Huyghe, classe 1962, non a caso lavora su elementi puramente transitori e sfuggevoli che rappresentino appieno l’epoca contemporanea. Sceglie dunque situazioni temporanee e realizza installazioni site-specific con diverse forme e media (filmati, fotografie, disegni, musica e veri e propri ecosistemi) al fine di creare un rituale di esibizione, che diventa così l’oggetto stesso di riflessione al fine di speculare sulla società dello spettacolo.

Hito Steyerl

Sul terzo gradino del podio si ha invece una filosofa, Donna Haraway. Statunitense, nata nel 1944, rappresenta a sua volta il radicale cambiamento della definizione di “arte” nell’epoca contemporanea. Infatti Haraway non ha mai dipinto, né creato una scultura o progettato un’installazione. Ha semplicemente creato una cultura, che di per sé porta a riflettere creativamente sul mondo: la cultura cyborg. Femminista convinta, per anni ha studiato, seguendo il filone costruttivista, come la società occidentale si fondi su classificazioni dualistiche della realtà: uomo/femmina, corpo/mente, naturale/artificiale. La rivoluzione tecnologica degli ultimi decenni, che ha portato allo sviluppo di dispositivi che interagiscono sempre di più col corpo umano (come le protesi), porterebbe alla fine di queste separazioni discrete e rigide. In questo modo si avrebbe la fluidità piena tra naturale e artificiale, che favorisce a sua volta la confusione tra corpo e mente, nonché l’abbattimento degli stereotipi di genere.

Al di fuori del podio, nella classifica spicca l’assenza di nomi italiani, eccetto per tre donne: Miuccia Prada (33esima), grazie al contributo culturale per Milano con la sua Fondazione in continuo sviluppo, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo (69esima), apprezzata per lo sbarco in Spagna e Cecilia Alemani (78esimo posto), curatrice del Padiglione Italia all’ultima Biennale di Venezia e ultimamente cimentatasi in progetti per Art Basel e la High Line di New York.

Ovviamente si può dibattere sull’attendibilità dei criteri con cui si è stilata la classifica, però è innegabile che qualcosa sta accadendo nel mondo dell’arte contemporanea. Ed è necessario farci attenzione

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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