Nostalgia canaglia: cosa significa davvero essere un italiano all’estero?

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Nostalgia canaglia: cosa significa davvero essere un italiano all’estero?

Secondo le stime della fondazione Migrantes, solo nel 2016 sono stati 124.076 gli Italiani a fuggire alla ricerca dell’America, ben 15,4% in più rispetto al 2015. Quando si parla di emigrazione, l’Italia di spacca in due. Da una parte troviamo quelli come Renzi che ritengono la fuga di cervelli una mera esagerazione, mentre sull’altra sponda fanno pic-nic Poletti e compagnia bella, secondo i quali quelli che se ne vanno sono solo dei buoni a nulla, o come direbbero a Milano, dei ciaparàtt. All’incirca un annetto fa, le loro dichiarazioni hanno aizzato orde di scontento sui social. Ma quanti in effetti sanno cosa voglia dire essere “un italiano all’estero”? Cosa ne sa la gente della guerra interiore che ci divora ogni santo giorno? Nulla.

La fuga

Quando si è nati in un paesino di 2000 anime nel cuore delle Alpi, la sensazione che tutto ti stia stretto è abbastanza comune. Mentalità chiusa, poche o nessuna possibilità di crescere e sviluppare i propri interessi scientifici e culturali, e la voglia di conoscere il mondo sono pensieri costanti, che sfociano infine in valige straripanti e saluti strappalacrime alla faccia di Trenitalia. La noia da villaggio lascia quindi il posto all’entusiasmo per la nuova città, il lavoro e le mille cose “migliori” che ci sono là fuori. Solo che dopo un po’ ci si rende conto che oltre quelle cime innevate la vita non è poi così surreale e florida come te l’aspettavi. Delusione e rabbia si mischiano ad un’infinita tristezza per un pese che non ce la fa più e che sembra fregarsene.

Il cielo grigio dei Paesi Bassi

Così fai la valigia per l’ennesima volta, lasci casa in lacrime e parti alla volta del nord nord, perché lì tutto funziona, perché di lavoro ce n’è e lo sanno tutti che si guadagna due volte tanto. All’inizio la vita nel tuo nuovo paese ti calza a pennello: finalmente i trasporti pubblici vanno che è una meraviglia, all’USL non devi più aspettare 3 anni per una visita di controllo e la burocrazia va veloce come il vento, per non parlare del tuo stipendio cicciotto che ti permette di mettere da parte qualche soldino tutti i mesi, perché non si sa mai.

Solo che casa non è casa, il sole in autunno e inverno non si vede mai, la pioggia ti batte in faccia ogni mattina mentre pedali a mille per arrivare al lavoro asciutto, il cibo fa schifo e la gente è chiusa, introversa, votata all’efficienza. Improvvisamente, ti senti solo come un cane e rincasando dopo una giornata particolarmente ardua ti ritrovi a piangere lacrime amare: l’Italia che tanto hai disprezzato inizia a mancarti come se fosse aria. Tornare in patria diventa un’ossessione, ci pensi tutti i giorni, nessuna eccezione. Ascolti RTL 102.5 perché le notizie del traffico ti fanno sentire a casa e la peggior musica nostrana ti strappa un sorriso. La paura che la grande D sia acquattata dietro l’angolo ad aspettarti fa partire la domanda tanto temuta: e se tornassi a casa?

L’eterno dilemma: solidità Vs felicità

Anche se si è lontani, l’amore per la patria resta sempre lo stesso

Cominci a pensarci per caso, un martedì mattina qualunque, e all’improvviso ti rendi conto che hai sempre saputo di voler tornare, che non vuoi morire tra mulini a vento e tulipani. Invece di trovare conforto, però, trovi solo angoscia, poiché ora la scelta è tra un futuro economicamente solido e casa, sole, famiglia, amici, felicità. E non sai cosa fare: non vuoi buttar via tutti i tuoi sacrifici e, purtroppo, senza denaro non si campa. I soldi però non fanno la felicità, questo si sa… L’eterno ritornello riaffiora ogni giorno, immancabilmente senza risposta.

Nostalgia, nostalgia canaglia

Di una strada, di un amico, di un bar

Di un paese che sogna e che sbaglia

Ma se chiedi poi tutto ti dà.

Al Bano & Romina Power, Nostalgia Canaglia, 1991

Ti confidi con gli amici di sempre, quelli che invece a casa ci sono rimasti, e ti ritrovi punto a capo. Per loro sarai sempre un impavido leone e non vogliono sentir ragione. «No ma hai fatto bene ad andartene, tanto qui non c’è futuro! Potessi partirei anch’io». Come potrebbero mai capirti loro che non hanno mai scoperto come sia far l’amore da Trieste in giù? Dall’altra invece ci sono i pochi amici che un buon lavoro l’hanno trovato. Per loro non sei altro che un codardo che non vuole lottare per un Italia migliore, ma se ne frega e lascia gli altri a sguazzare nel letame.

La verità è che scappare, che sia per codardia o per coraggio, sembra facile, ma non lo è. Rimane sempre un vuoto nel cuore. Nessuno di noi avrebbe mai fatto i bagagli se avessimo avuto le opportunità a casa nostra, se il mondo fosse più giusto, se i nostri sacrifici non si perdessero nella nebbia. Se, se, se.

https://youtube.com/watch?v=rCM3ybcPf84

Luisa Seguin per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Francesco dice

    Ciao Luisa, anch’io come te sono un italiano emigrato verso il nord Europa. E quando dico nord Europa intendo veramente nord Europa: Norvegia settentrionale, per essere precisi.
    Devo dirti che mi sono rivisto in pieno in quello che hai scritto: il mix di sentimenti, la consapevolezza di aver preso una scelta che ti rende sereno ma non felice e, soprattutto, la nostalgia che aspetta sempre dietro l’angolo e ti colpisce alla sprovvista ogni qualvolta ti imbatti in qualcosa che ti ricorda Casa (con la C maiuscola, dove si è nati e cresciuti e non la casa intesa come domicilio attuale).
    La voglia di tornare c’è e ci sarà sempre: speriamo di riuscirci un giorno!
    Auguri per tutto e buona continuazione!
    Francesco

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