“Memoria”: James Nachtwey in mostra a Palazzo Reale a Milano

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James Nachtwey
Ruanda, 1994

Ha inaugurato l’1 dicembre al Palazzo Reale di Milano Memoria, l’attesissima mostra del fotografo americano James NachtweyConsiderato l’erede di Robert Capa, Nachtwey è uno dei più importanti fotoreporter di guerra contemporanei. L’esposizione, curata da Roberto Coch e dallo stesso fotografo, è la più grande retrospettiva sugli scatti di Nachwey mai realizzata: Milano è la prima di una serie di tappe internazionali che porteranno la mostra nei più importanti musei del mondo.

La carriera di Natchwey è costellata da premi e riconoscimenti. Quella di Palazzo Reale è un’esposizione che vuole fare luce sui conflitti contemporanei: le sale della mostra sono divise per tematiche geografiche e temporali. Nachtwey, lavorando sul tema della memoria, vuole suscitare in noi lo sguardo della compassione. La compassione è in grado di generare conoscenza, consapevolezza e memoria, e in questo senso il fotogiornalismo è un grande strumento che contribuisce alla formazione dell’opinione – e dell’indignazione – pubblica.

Si parte con la sala dedicata al Muro di Berlino, ai Balcani e alla Cecenia. In mostra vediamo un uomo che tenta di sollevarsi sul Muro aggrappandosi al bordo dello stesso, una camera da letto a Mostar (Bosnia-Erzegovina) che nel 1993 è diventata un campo di battaglia, una donna cecena che si era avventurata in cerca di provviste e che è stata uccisa da un colpo di mortaio. Gli scatti di James Nachtwey non hanno paura di mostrare all’obbiettivo le vittime dei conflitti, uomini in carne e ossa la cui vita viene stroncata per motivi di puro interesse politico.

Afghanistan, Kabul, 1996

La seconda sala tratta come argomento la fame, il Darfur e la Romania. La fame, come viene precisato in mostra, è la più antica, primitiva ed efficace arma di distruzione di massa conosciuta dall’uomo. Nachtwey ce la mostra attraverso una guerra tra clan che scoppia in Somalia nel 1991, generando una carestia che ucciderà migliaia di persone come  la carestia di Darfur (Sud Sudan) degli stessi anni. Commoventi gli scatti, datati 1990, fatti ai bambini negli orfanotrofi romeni. Si prosegue con il Ruanda – risale al 1994, nel silenzio internazionale, il genocidio contro i Tutsi – e il Sudafrica con la liberazione dall’apartheid. In mostra un Nelson Mandela esultante dopo la vittoria alle elezioni presidenziali.

Si passa anche dall’11 settembre, dall’Iraq e dalla guerra in Afghanistan: quattro gli scatti dedicati all’assedio di Kabul del 1996. Una grande installazione, Sacrifice, realizzata con una serie di 60 foto, mostra il lavoro dei medici e dei chirurghi che in Iraq curano militari e civili feriti. Oltre ai conflitti vediamo i disastri naturali, l’inquinamento in Est Europa, gli homeless in Indonesia, l’eroina in Afghanistan e le gravi malattie infettive come AIDS e TBC. Colpiscono, nella penultima sala, tre scatti che hanno per oggetto l’Agente Arancio. Una guerra, quella in Vietnam, che non finirà mai: il composto chimico Agente Arancio, usato dagli Stati Uniti per distruggere i campi e le foreste, ha causato gravissimi problemi di salute alla popolazione e all’ambiente stesso. Sono decine di migliaia le gravi deformazioni genetiche dei figli degli individui (anche americani) contaminati.

Mostar, Bosnia ed Erzegovina, 1993

Insomma, la mostra, in un racconto da cui è difficile non sentirsi coinvolti, porta la nostra coscienza a spasso per lo spazio e per il tempo. Gli scatti chiamano in causa la consapevolezza di fare parte di una comunità: «La parola “compassione” – come scrive Wim Wenders a proposito di Nachtwey– appare perciò sotto luce originaria. Non più soltanto “sorriso compassionevole” dall’alto in basso, ma un essere “co-involti, insieme, nel mezzo della sofferenza”», e noi non potremmo essere più d’accordo. Scopo della fotografia sociale e documentaria non può più essere quello di rappresentare, forti di un offuscante sentimento di responsabilità civile, quella che è la sofferenza delle vittime. L’obiettivo è quello di dare voce alle stesse, parlando con loro e non di loro: in questo senso la retrospettiva a Palazzo Reale può essere davvero stimolante.

James Nachtwey. Memoria
Palazzo Reale, Milano
Dal 1 dicembre 2017 al 4 marzo 2018

Alice Pini per MIfacciodiCultura

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