“Vita di Galileo”: «lotta per la verità in tempi di barbarie»

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Vita di Galileo: «lotta per la verità in tempi di barbarie»

Stemma del Collegio Pontificio

Come già preannunciato nello scorso articolo su Vita di Galileo di Bertolt Brecht, è doveroso un approfondimento sul tentativo della ragione di farsi spazio in un contesto a lei avverso con la sola forza del proprio stringente ragionamento, purtroppo non sempre sufficiente. Il mondo che si apre alle prime parole dell’opera è quello di una quotidianità tranquilla e volutamente ricercata, turbata però dalla continua ombra della lotta per la sopravvivenza, che oggi come ieri è sempre presente: Galileo nella sua sobria casa a Padova che aspira alla conoscenza nel medesimo momento in cui è assediato dalle esigenze più elementari (debiti verso il lattaio, il macellaio, etc.), che minacciano la sua quiete. Questa ottica del microcosmo si aprirà gradualmente ad abbracciare realtà sempre maggiori fino a delineare un mondo topico, un luogo inesistente ma contemporaneamente sempre attuale che assume la metafora del Medioevo per parlare di un pressante disagio sentito dall’autore nei confronti del suo tempo. Sempre nella prima scena infatti il parallelismo tra XVI e XX secolo è evidente e suona come ridente speranza di un prossimo futuro che, in tempi bui, ci rasserena la sopportazione della bruttezza ma che i rovesci dell’esperienza riveleranno per quello che è: un avvenire ancora da aspettare.

Perché l’evo antico è finito e comincia la nuova era. Da cent’anni è come se l’umanità si stia aspettando qualcosa. Le città sono piccole, le teste altrettanto. Piene di superstizioni e di pestilenze. Ma ora noi diciamo: visto che così è, così non deve rimanere. Perché ogni cosa si muove amico mio. Molto è già stato trovato, ma quello che è ancora da trovare, è di più.

Mentre Galileo, per garantirsi un maggiore sussidio, spaccia l’idea del cannocchiale come propria (mentre da lui è solo perfezionato) il mondo a lui contemporaneo si svela pian piano in un percorso discendente che porta dall’iniziale libertà padovana, ma soprattutto veneziana, al sempre maggiore stato di asservimento che passerà da Firenze poi Roma, fino a finire nelle stanze del Vaticano dove si consuma la penultima scena (l’ultima fa da cerniera a una speranza che non risiede più nel prossimo futuro ma in un futuro remoto e lontano da Galileo, ormai non più protagonista del movimento di cui si è fatto carico).

Stemma dell’Inquisizione

Ma il nodo centrale di questo tema è senza dubbio nel colloquio (come chiamato da Brecht nell’opera) tra Galileo e un monacello, posto non a caso al centro dell’opera (scena 8 su 15). Due scene prima padre Clavio, eminente astronomo a capo del Collegio Pontificio, riconosce come giuste le teorie di Galileo sulle lune di Giove ma nella scena subito prima le teorie di Copernico vengono messe all’indice e Galileo, come afferma il cardinale Bellarmino, è «libero di dissertare su queste dottrine, purché sotto forma di ipotesi matematiche»; come a dire che le sue teorie non rispecchiano la realtà delle cose ma solo lambicchi mentali, seppure corretti. Queste sono le basi di incoerenza sulla quale si appoggiano le radici della scena 8: la ragione finalmente smuove il dubbio seppure ancora ammantato di pregiudizi. Questo dubbio caotico riportato all’ordine costituito dalla formazione di tutta una vita viene impersonato proprio dal monacello che addirittura si convince della rettezza del responso della Curia riguardo a «queste dottrine». Questo personaggio è di bassa estrazione (figlio di contadini) e rappresenta quindi una persona qualunque cresciuta tutta la vita con qualcuno che gli dice ciò in cui credere, vittima di una cultura falsa e opprimente che non vuole che la sua sudditanza (si sente forte l’eco del nazismo e del fascismo dietro la forma clericale). E la motivazione che adduce è in linea con ciò che è stato appena detto. Egli vede nella visione antropocentrica una consolazione dell’umana fatica dove i poveri del mondo possono sentirsi meno poveri pensando al fatto che la loro disgrazia ha un perché ed è per loro motivo di virtù. La massima fonte di lode è appunto la sopportazione dopo che Adamo, scacciato dal Paradiso Terrestre, è stato costretto a lavorare e Eva a soffrire le doglie del parto. La “visione” dell’universo di Galileo toglierebbe questo aiuto ai deboli come il monacello infatti dice:

Dunque, la nostra miseria non ha alcun senso, la fame non è prova di forza, è semplicemente non aver mangiato.: la fatica è piegar la schiena e trascinar pesi, non un merito. Capite adesso perché nel decreto del Sant’Uffizio ho scorto una nobile misericordia materna, una grande bontà d’animo?

La luce del giorno

Da questa prospettiva si può ben vedere come le speculazioni di Galileo sembrano davvero dei lambicchi corretti ma per nulla pratici.

La risposta è di una chiarezza aurorale che, nell’apparire istantaneo del giorno, mostra le ombre più lunghe di sempre rivelandole come tali in tutta la loro imponenza, ma contemporaneamente ne fa anche un avversario preciso contro cui battersi fino all’ultimo respiro di brezza, invincibile la mattina. L’indigenza e la povertà è causata dalla stessa società, dalla Curia che sfrutta i contadini dell’Agro Romano per la sua ricchezza e poi li assoggetta garantendo loro la virtù della schiavitù e la speranza al di là della vita.

Vita di Galileo ha il pregio eccelso di possedere la luce del giorno che la mattina mostra le ombre nella loro interezza e durante tutto il dì tende ad affievolirle fino ad affievolire nello scontro sé stessa, e, quando la notte con la sua ombra arriva e trova Galileo vecchio e ormai abbattuto dall’abiura e dal rimorso, proprio lì si accende un lumino di speranza: Vespero, la prima stella della fine del giorno.

Bibliografia:

– Brecht Bertolt, Vita di Galileo, Torino: Einaudi, 2005

Stefano Brusco per MIfacciodiCultura

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