Music & Poetry – “L’Avvelenata”, il grido (uno dei tanti) di battaglia di Francesco Guccini

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Music & Poetry – L’Avvelenata, il grido (uno dei tanti) di battaglia di Francesco Guccini

«Perché scrivi solo cose tristi?»

«Perché, quando sono felice, esco» 

Un Guccini giovane, ancora da avvelenare

Quelle sopra sono parole di Luigi Tenco. Quelle sopra potrebbero essere le parole di qualsiasi scrittore, di qualsiasi genere, in qualsiasi epoca. Questo non vuol dire che non si possa scrivere riguardo alle cose belle della vita, siano esse l’amore, le risate o un piatto di ravioli al tartufo. Si può scrivere di qualsiasi cosa, ma è chiaro che gli scrittori vengano forgiati in un calderone misto di delusioni e sogni infranti, di notti solitarie e bestemmie al cielo. Lo scrivere nasce dalla necessità di salvarsi, da noi stessi o dal mondo fa poca differenza. Ogni scrittore, in quanto tale, non ha scelta. Deve scrivere perché così è stato deciso. Non perché soffra più degli altri, sia chiaro, bensì perché ognuno di noi ha qualcosa per scacciare il dolore. E gli scrittori hanno le parole.

E poi sono convinti di saper soffrire meglio. Francesco Guccini, per nostra immensa fortuna, di parole ne ha scritte tante. Parole d’amore, certo, parole di paura a volte e, come per la canzone di cui parliamo oggi, parole al veleno. Riccardo Bertoncelli (sì, quello che sparava cazzate) racconta che L’avvelenata venne scritta dal Guccini in treno, di getto, proprio in seguito alla lettura di una sua recensione del cantante modenese che, evidentemente, non la prese bene.

Grazie al cielo ci fu quella recensione, viene da dire ora. Perché L’Avvelenata ha segnato un’epoca. Non è solo uno sfogo di un cantante famoso sulla pressione della vita nel mondo dello spettacolo, anzi, forse è tutto fuorché questo. È lo sfogo di un uomo, non di un personaggio. Di un uomo che fruga dentro alle miserie di tutti noi per trovare un po’ di senso, prima di gettare la spugna. E, nonostante questo, nonostante sia solo un cantautore che si scava dentro per liberarsi dalle sue macerie personali, viene attaccato lo stesso. All’epoca poi, nel ’76, c’era “Il Movimento”. Nessuno voleva pagare ai concerti e il cantautore veniva visto come “un prete francescano laico” (parole dello stesso Guccini). Tutto questo culminerà poi nel processo a De Gregori (ascoltare Vaudeville di Vecchioni) da parte degli Autonomi. E in questo clima di tensione generale, la critica del Bertoncelli, (tra i due poi nascerà una sorta di stima reciproca, tra l’altro) fa scattare qualcosa nella testa di Guccini, che capisce il momento, capisce che in un clima del genere ci vuole del veleno.

Versi avvelenati e no

E d’istinto nasce L’avvelenata, il cui scopo si capisce bene dall’ultimo verso: «a culo tutto il resto». A culo la politica, il partito, a culo i giovani con poche domande e mille risposte, convinti che il mondo sia loro per diritto d’appartenenza. A culo gli applausi, ma soprattutto i fischi. A culo i colleghi, che si riempiono le tasche indossando una maschera: «fate bene». A culo i critici (ma grazie a Bertoncelli, aggiungerei io), ai personaggi austeri e a tutte quella eletta schiera che muove i fili di un futuro che sembra sempre più uguale al passato. A culo anche noi, che siamo nati fessi, ma che siamo carichi di cose da dire, e per questo non ci svestiamo dei nostri soliti panni.

Guccini dice che L’avvelenata non la scriverebbe più al giorno d’oggi. Ecco, questa è l’unica cosa di cui dubito. Caro il mio Francesco (vedere Ligabue), che vivi lì tra gli Appennini, se l’hai scritta un motivo ci sarà. E sono sicuro che in tutti le notti passate a bere vino e far casino, se c’è qualcosa che non hai rimpianto, è proprio L’avvelenata. Perché è vero, «rispondere agli insulti è solo bassa promozione», ma a volte fa bene anche quello.

A volte, per vivere con amore, un po’ di veleno va sputato fuori.


Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni
credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni;
va beh, lo ammetto che mi son sbagliato e accetto il “crucifige” e così sia,
chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato…

Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante,
mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta più d’un cantante:
giovane e ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo,
e un cazzo in culo e accuse d’arrivismo, dubbi di qualunquismo, son quello che mi resta…

Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa,
però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia;
io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi:
vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso…

Secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a cantare,
godo molto di più nell’ubriacarmi oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare…
se son d’ umore nero allora scrivo frugando dentro alle nostre miserie:
di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo…

Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista,
io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista!
Io frocio, io perché canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino,
io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare!

Secondo voi ma chi me lo fa fare di stare ad ascoltare chiunque ha un tiramento?
Ovvio, il medico dice “sei depresso”, nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento.
Ed io che ho sempre detto che era un gioco sapere usare o no ad un certo metro:
compagni il gioco si fa peso e tetro, comprate il mio didietro, io lo vendo per poco!

Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni,
voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni…
Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete,
un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate!

Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso,
mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso
e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare:
ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto!

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

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