“Vero Amore”: la Pop Art in mostra alla GAM di Torino

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Salvatore Scarpitta, Rajo Jack

Uno fra i meriti delle opere d’arte è, da sempre, quello di testimoniare gli usi, i costumi, gli oggetti e le mode del tempo in cui vengono realizzate. Esistono alcuni artisti che riescono con maggiore sinteticità di altri ad immortalare con efficacia un preciso momento storico e sociale. Emblematico, a tal proposito, è il cosiddetto Cassone Adimari attribuito allo Scheggia (il fratello minore di Masaccio), il quale non si limita solamente a raccontarci un illustre matrimonio fra nobili, bensì riesce a riassumere in qualche pennellata un impressionante “fotogramma” dell’aristocrazia fiorentina del Quattrocento. Possiamo osservare, grazie alla sapiente “regia” dell’artista, alcuni fra gli abiti di moda intorno alla metà del XV secolo, qualche modello di comportamento tenuto durante le nozze aristocratiche e riusciamo persino a scorgere l’aspetto medievale dell’attuale via de’ Calzaiuoli, al tempo chiamata Corso degli Adimari. Insomma, lo Scheggia ci ha lasciato un sublime spaccato della realtà in cui viveva, prova del suo vero amore per la città e per l’epoca che lo ebbero quale testimone. Così come il XV secolo può vantare validi pittori come lo Scheggia fra i suoi testimoni più precisi, così il XX può considerarsi fedelmente raccontato dai propri artisti, specie da quei pittori e da quegli scultori che seppero dimostrare un vero amore (e talvolta un vero odio) nei confronti del proprio tempo. Risulta pertanto appropriato il titolo – Vero Amore – che la GAM di Torino ha assegnato alla mostra dedicata ai protagonisti della Pop Art italiana: un titolo, questo, che intende omaggiare uno degli artisti più rappresentativi di questa ricca corrente artistica, Mario Schifano, e con lui una delle sue serie di lavori più celebri. Oltre a quest’ultimo, tanti sono i nomi e tante le opere inseriti nel percorso espositivo fino al 26 febbraio 2018: circa sessanta lavori fra dipinti, sculture e video, che vedranno “sfilare”, uno dopo l’altro, i testimoni di un’epoca chiave.

Fabio Mauri, Schermo casa

Quale corrente artistica, se non proprio la Pop Art, fu capace di offrire una lucida testimonianza sul nuovo mondo inaugurato nel secondo dopoguerra? Quale corrente artistica riuscì a bucare meglio lo schermo immortalando le nuove “mitografie e simbologie della cultura di massa” allo scopo di «risintonizzarsi col mondo» (E. Crispolti)? Quel “nuovo mondo” abitato da televisori, astronauti ed automobili orbitava intorno alla nazione più “nuova” di tutte, e perciò forse la più propensa a rimettersi in discussione rispetto al “Vecchio Mondo”: dagli Stati Uniti, però, la Pop Art riuscì comunque a scavalcare i confini e gli oceani approdando in Europa, e quindi in Italia, alla metà degli anni Sessanta. Fu la Biennale di Venezia del 1964, difatti, ad aprire definitivamente la strada italiana al fenomeno Pop americano, rappresentando ciò che che il curatore della mostra, Riccardo Passoni, definisce come «uno spartiacque della affermazione del nuovo stile in Europa». Comincia così a delinearsi «un più serrato scambio con la realtà» (M. Calvesi), un nuovo linguaggio fatto di immagini tratte dai mass-media e dalla pubblicità, di oggetti prelevati dalle strade delle nuove e avveniristiche periferie. Venezia, tuttavia, non fu la prima città a conoscere lo “sbarco” dell’arte Pop sulla penisola: era qualche anno, infatti, che artisti americani del calibro di Twombly e Rauschenberg stringevano sempre più frequenti contatti con l’ambiente artistico romano (la galleria La Tartaruga ebbe un ruolo decisivo) e, viceversa, non erano pochi gli italiani – fra i tanti si ricordano Baj e Rotella – che venivano ospitati nelle rassegne newyorchesi ben prima dell’affermazione della Pop Art nel nostro Paese. Accanto a Venezia e a Roma, inoltre, si segnala l’attiva collaborazione di Torino alla riuscita dello sbarco “Pop” in Italia e, precisamente, quella che allora era la galleria Il Punto, poi diventata Galleria Sperone.

Mimmo Rotella, Dalla Sicilia

Quali testimoni di un’epoca o, meglio, scrupolosi collezionisti del presente, artisti come Mimmo Rotella (1918-2006) e Lucio Del Pezzo (1933-) cominciarono a sottrarre oggetti alla realtà circostante: se Rotella scelse di staccare i manifesti dai muri delle strade (in mostra un décollage del 1961 prelevato Dalla Sicilia) per portare nel suo laboratorio la città del cinema e della pubblicità, Del Pezzo trasformò i suoi supporti pittorici in contenitori per le decine di oggetti “ritrovati” in un mondo sempre più meccanizzato e tecnologico: è il caso di Ramac (1962), un assemblaggio di oggetti metallici su tavola fra i quali spicca un componente dell’antenato del computer, il Dalton adding & calculating machine. Il desiderio quasi chirurgico di “asportare” frammenti dalla realtà per inserirli in un contesto artistico o, più ancora, per trasformare quegli stessi frammenti in opere d’arte, è stato spesso spinto all’estremo: ne è un esempio Rajo Jack, la copia fedele di un’automobile da corsa che l’autore, Salvatore Scarpitta (1919-2007), ha voluto realizzare nel 1964 per omaggiare un grande pilota americano degli anni Trenta, Dewey Gatson alias Rajo Jack.

Nel corso degli anni Sessanta, furono molti gli artisti che cercarono di raccontare, talvolta con un approccio irriverente e critico, le nuove abitudini e i nuovi stili di vita che andavano diffondendosi nella società. Se dovessimo rappresentare la società italiana degli anni Sessanta mediante due sole immagini, probabilmente queste sarebbero la televisione e l’autostrada. La prima, infatti, all’inizio degli anni Sessanta, cominciava a diventare uno degli apparecchi più diffusi fra la popolazione italiana: una rappresentazione molto efficace di questa rivoluzione tanto tecnologica quanto sociale fu realizzata da Fabio Mauri (1926-2009) nel 1962, anno nel quale realizzò Schermo casa, una scacchiera di pannelli neri posta in rilievo su una tela bianca: un esplicito richiamo al rapido propagarsi dei televisori nelle case degli italiani.

Mario Schifano, Indicazione grande n. 1

Le immagini, però, non erano le uniche a poter viaggiare ad alta velocità: proprio in quegli anni, infatti, le automobili (in costante aumento) potevano lanciarsi su chilometri e chilometri di autostrade appena inaugurate in mezzo alle campagne. L’autostrada, con le sue indicazioni stradali ancora fresche di vernice, fu brillantemente portata sulla tela da Mario Schifano (1934-1998), che nel 1962 rappresentò su carta intitolata un’Indicazione grande n.1.

Chi, dunque, riesce a testimoniare meglio la propria epoca di chi ne celebra (o ne critica) le conquiste tecnologiche, le mutate abitudini sociali, i nuovi materiali? Perciò la Pop Art è arte di testimonianza, è segno di Vero Amore per ogni sfumatura dell’esistenza.

Vero Amore, Pop Art italiana dalle collezioni della GAM
A cura di Riccardo Passoni
Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, Torino
Dal 1° novembre 2017 al 26 febbraio 2018

Fabio Gusella per MIfacciodiCultura

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