“Il mistero delle cose”: Massimo Recalcati e l’enigma del Reale

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Il mistero delle cose: Massimo Recalcati e l’enigma del Reale

Da bambino avevo visto la pittura nascere dalla scrittura; accadeva di notte, quando furtivamente spiavo mio padre scrivere sui nastri delle corone funebri […] Assistevo così clandestinamente al rito di una sublimazione che costeggiava il territorio innominabile della morte. La figura di mio padre chino sui nastri funebri mi stava indicando forse il segreto più profondo di ogni arte?

Il Mistero delle cose
Emilio Vedova, Oltre-9 (Ciclo II, Rosso ’85)

Con queste parole Massimo Recalcati introduce il suo ultimo libro Il Mistero delle cose. Nove ritratti di artisti dove riprende la sua riflessione sull’arte attraverso l’indagine psicoanalitica. Il lettore troverà gli strumenti per approcciarsi al mondo in modo diverso: imparerà a oltrepassare la coltre di immagini convenzionali e di schemi preconcetti con i quali abitualmente il Reale viene filtrato. Ricordando Derrida, soltanto superando la schiera del “possibile”, nella quale non c’è evento o sorpresa, e assumendo il Reale come “impossibile”, si potrà cogliere il mistero che è custodito nelle cose. L’arte riesce a penetrare tale dimensione occulta e assoluta e a restituirla attraverso le sue opere. Questo è il compito ultimo e più alto dell’ars pittorica, che a dispetto del pensiero corrente che la vede irrimediabilmente morta, secondo Recalcati è ancora in grado di dare immagine a ciò che immagine non ha.

In particolare, Recalcati si concentra su nove artisti italiani – Giorgio Morandi, Alberto Burri, Emilio Vedova, William Congdon, Giorgio Celiberti, Jannis Kounellis, Claudio Parmiggiani, Alessandro Papetti e Giovanni Frangi – che mai hanno tradito questo compito, non smettendo di porsi la domanda fondamentale che attraversa l’arte di tutti i tempi: è possibile raffigurare l’irraffigurabile?

Come si precisa nell’introduzione del libro, l’indagine psicoanalitica non viene utilizzata per mettere in luce i fantasmi degli artisti considerati: al contrario, sono le loro opere che arricchiscono la ricerca. La consueta interpretazione psicoanalitica del prodotto artistico muove dall’idea che esso sia un codice da risolvere per far emergere un contenuto latente, decifrabile soltanto mediante l’attività ermeneutica. Recalcati propone invece di accantonare quest’analisi meramente patografica dell’opera, che la vorrebbe come stratificazione di simboli riconducibili all’inconscio del suo creatore. Se in essa esiste una dimensione inconscia, questa appartiene all’opera stessa e non è altro che la rappresentazione del reale, qui libero di manifestarsi senza alcuna costrizione. Per questa ragione, come ha spiegato Burri, quando si contempla un’opera d’arte non bisogna sforzarsi di trovarvi significati nascosti: tutto il suo contenuto sta nella forma, non vi è nessuna dichiarazione intrinseca, nessuna retorica persuasiva.

Il Mistero delle cose
Giorgio Morandi, “Natura Morta”

Il felice connubio tra psicoanalisi e arte è possibile, secondo l’autore, perché entrambe sono mosse dal medesimo intento, cioè inserire l’assenza in una forma. Come già Freud aveva segnalato, l’istanza ultima dell’ars poetica non è forse quella di rendere sopportabile la mancanza di senso dell’esistenza? Speculazioni in questa direzione furono intraprese anche da Nietzsche, che riteneva che solo l’arte potesse rendere tollerabile «la vista della vita» e al contempo raggiungere l’essenza più profonda di essa, ovvero l’Assoluto della Cosa.

Nella storia dell’arte, la nozione di Assoluto è stata tradotta in immagini e concetti differenti, quali ad esempio Dio, la Natura, l’Infinito, il Linguaggio, il Vuoto, lo Spazio e il Tempo. Tuttavia, come ha sottolineato Kounellis, hanno tutti la stessa funzione: creare un ponte tra il reale e il mistero intrinseco alle cose.

Imparando la lezione nietzscheana, che vorrebbe santificare la vita abbandonando le «vane speranze metafisiche», si torni a considerare le cose di questo mondo: è in esse che si può trovare quella dimensione essenziale che tradizionalmente viene collocata in un realtà altra e irraggiungibile. Questa è anche la poetica alla base della produzione artistica di Morandi, che nelle sue opere propone oggetti banali e quotidiani. La sua pittura è infatti interamente consacrata al visibile.

Il Mistero delle cose
Massimo Recalcati, Il mistero delle cose

Tuttavia, Morandi non ci mostra semplicemente la realtà come appare in superficie: egli, facendo propria la metodologia fenomenologica husserliana, “sospende il giudizio” (epochè) intorno all’oggetto e riesce così ad andare oltre l’immagine convenzionale della cosa, portando alla luce ciò che alla visione sfugge. Questo autore con la sua arte va dritto al cuore del Reale, rompe il velo del possibile e permette all’impossibile di manifestarsi. Ben lontana dall’immagine convenzionale, quella che propone Morandi è un’immagine-evento, che esprime «la sagoma enigmatica della Cosa», il mistero immanente al mondo stesso, il segreto che anima la realtà.

Il fil rouge che accomuna gli autori trattati da Recalcati è proprio la riscoperta di questa dimensione tanto misteriosa quanto essenziale.

Per poterla cogliere è necessario uno sguardo diverso sulla Realtà. Forse, però, vale la pena accogliere la sfida sottointesa che questi artisti ci lanciano con le loro opere: avere il coraggio di mettere da parte le immagini abituali e confortanti che abbiamo del mondo e di sfidare il «trauma del Reale», per poterne così afferrare il mistero ultimo e più profondo, il mistero delle cose.

Francesca De Fanis per MIfacciodiCultura

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