«Una lacrima di marmo, ferma sulla guancia del tempo»: l’India censura il Taj Mahal

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«Una lacrima di marmo, ferma sulla guancia del tempo»: l’India censura il Taj Mahal

Uttar Pradesh

Un terrazzo di marmo bianco si erge maestoso nei cieli di Agra, nella parte settentrionale dell’India. Ai piedi una piattaforma in pietra arenaria rossa su cui poggiarsi, sui lati quattro minareti ad affiancarlo. A completare l’immenso edificio una cupola, del medesimo candido materiale, posta al centro. Questi i lineamenti del mausoleo più conosciuto al mondo: tesoro dellumanità e simbolo di un amore diventato eterno. Il Taj Mahal (Palazzo della corona), dichiarato patrimonio dell’UNESCO nel 1983 e meraviglia del mondo dal 2007, è stato recentemente oggetto di polemiche, nonché vittima delle politiche forse un po’ troppo frettolose e azzardate attuate dal governo locale. Il Primo Ministro dellUttar Pradesh (stato a nord del Paese che ospita il mausoleo), un giovane fanatico, integralista e guru religioso noto con il nome di Yogi Adityanath, ha deliberatamente escluso dalla lista dei siti turistici consigliati nella guida del Ministero per il Turismo quello che nellimmaginario collettivo costituisce l’emblema dellIndia. La notizia ha fatto il giro del mondo, creando scalpore e generando copiosi dibattiti. «Un parallelo comprensibile potrebbe essere l’esclusione del Colosseo dalle guide di Roma» ha commentato La Repubblica. «Come se di colpo non trovassimo più la Grande Muraglia tra le mete in Cina, o il Colosseo a Roma» si legge sulle pagine de Il Corriere della Sera.

Yogi Adityanath è salito al governo del distretto settentrionale a marzo dell’anno in corso come membro del Partito Popolare Indiano, tradizionalista e nazionalista, il cui leader Narendra Modi guida la democrazia indiana dal 2014. Adityanath fa parte di quella frangia del partito di estrema destra nazionalista, sostenitrice della supremazia hindu sulle altre minoranze religiose, in primis quella musulmana. Ed è probabilmente a partire da queste posizioni che nasce la sua iniziativa: egli ha giustificato la decisione affermando che il mausoleo non ha nulla a che fare con la cultura indiana, non la rappresenta essendo il frutto di una dinastia di “invasori” estranei all’induismo. Il Taj Mahal venne infatti costruito nell’epoca cosiddetta islamica della storia dell’India: un capolavoro dell’arte e dell’architettura musulmane, il simbolo di un passato sgradito ai promotori di un induismo politicizzato.

Yogi Adityanath

La leggenda vuole che sia stato edificato per volere del quinto imperatore Mughal, Shah Jahan. Egli, affranto per la perdita della sua seconda moglie Mumtaz Mahal, descritta come una donna meravigliosa, originariamente principessa di Persia, decise di dedicarle un tempio che fissasse eternamente il suo ricordo e il loro amore. La costruzione del mausoleo ebbe inizio un anno dopo la morte dell’imperatrice, nel 1632, e i lavori durarono circa ventidue anni. Vennero impiegati materiali provenienti da ogni parte dell’Asia e si narra che Shah Jahan, ossessionato dall’autenticità dell’opera, per evitare che venisse ripetuta fece amputare le mani a tutti coloro che avevano preso parte all’impresa. La leggenda termina con l’imperatore vittima di una congiura di palazzo per cui finisce imprigionato nel forte del monumento stesso da cui si dice abbia trascorso il resto della sua vita ammirando il segno tangibile del proprio amore.

Il Taj Mahal viene da secoli raccontato come simbolo della devozione di un uomo verso la sua sposa, l’emblema di un amore che sfida l’eternità.

Minareto

Purtroppo il monumento ha finito per essere risucchiato nel vortice dei conflitti tra le diverse culture e i loro simboli. La scelta di censurare il mausoleo dalla brochure acquisisce un forte significato politico e culturale in uno stato, quello indiano, che fin dalla sua indipendenza si è sempre dichiarato democratico e laico, in cui cioè la religione dovrebbe rimanere una questione privata e non alimentare gli odi e fomentare nazionalismi. Un tentativo tanto goffo quanto inquietante quello di Yogi Adityanath di ridurre la cultura indiana a quella induista, ignorando parti di storia poiché non conformi a quella narrazione nazionalista avversa al carattere multiculturale e multietnico della più grande democrazia del mondo.

Al di là delle distorsioni politiche e reinterpretazioni storiche del passato che tanto piacciono alle leadership populiste in cerca di legittimazione identitaria e culturale, il Taj Mahal continuerà ad attrarre migliaia di persone ogni anno, affascinate dalla sua aurea di leggenda e dalla sua bellezza senza tempo. Un gigante marmoreo che si impone sull’orizzonte della città di Agra, un gioiello eterno ma mai sempre uguale, che si lascia colorare dai riflessi e dai giochi di luce del fiume Yamuna che gli scorre accanto. Una perla turistica che lascia trapelare la debolezza del governo indiano, incapace di saper integrare nella propria retorica una delle sette meraviglie del mondo.

Deborah Gressani per MIfacciodiCultura

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