“La patente”: rabbia e indignazione come valvole d’azione

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La patente: rabbia e indignazione come valvole d’azione

Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’aver ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!

Tuona così Rosario Chiàrchiaro, protagonista de La patente, atto unico scritto nel dicembre 1917 dal “solito” celebre eclettico Luigi Pirandello

Il nostro Rosario è un disgraziato padre di famiglia rifiutato da chi lo circonda perché ritenuto uno iettatore, vilipendio persino dei suoi superiori di lavoro che lo licenziano. Rosario decide così prontamente di sfruttare più che può e inevitabilmente questa sua amara fama di spargitore di jella e richiede una personalissima “patente”, attraverso la quale potrà usufruire di questa sua sedicente triste capacità. In che modo? Rosario è un uomo provato sì, ma certamente non sciocco né ingenuo: anziché subire passivamente la repulsione degli altri, preferisce auto-ghettizzarsi: chi vuole stare alla larga da lui dovrà retribuirlo. In fin dei conti il signor Chiàrchiaro deve pur guadagnarsi da vivere.

È una sceneggiatura divertente, spassosa e dal sapore un po’ agrodolce e scommetto che gli amanti di Pirandello sanno qual è il retroscena di questa buffa vicenda: riflettere sulla doppiezza, e anzi, moltitudine di sfaccettature che gli altri ci cuciono sopra, il complesso rapporto tra il “me” quale io mi percepisco e il “me” che gli altri ricamano e infine la maschera che immancabilmente indossiamo, in alcuni casi pur non accorgendocene, in altri che maldestramente o spocchiosamente ostentiamo.

La bellezza in tutto ciò sta nella reazione: Rosario è uno dei tanti personaggi plasmati da Pirandello capaci di reagire, di scatenare una piccola ma tenace rivoluzione interiore che si proietta sugli altri e provoca un dissesto nel sistema. Pirandello ha seminato tanti di quei messaggi provocatori, fraintesi e ben simulati che fatico ad elencare, ma senza ombra di dubbio ciò che più stuzzica l’azione è la rabbia, la frustrazione e la solitudine in cui riversano e galleggiano i suoi personaggi, i quali nonostante e proprio per tutto ciò, padroneggiano (chi più chi meno, chi adducendo fini eticamente inconfutabili e chi manipolando furbescamente l’altro o commettendo una serie di stramberie o efferatezze) la propria personale individualità e la difendono.

Rosario mi piace per un unico motivo: agisce spinto dalla rabbia (che poi i suoi obiettivi siano biecamente lucrosi è un altro discorso, riprovevole!). I personaggi che compiono azioni esaltanti o semplicemente basic ma con quel tocco di sfrontatezza sono d’ispirazione, sembra che tra le righe abbiamo da dirti qualcosa, quando in realtà sei tu che devi saper interpretare la sua scelta, partendo dal presupposto che ciò che ci circonda è incomprensibile e fallace e qualsiasi tentativo di comprensione è ridotto a zero a causa della irreversibile incomunicabilità invadente.

Totò nell’episodio La patente del film Questa è la vita del 1954

La rabbia digerita e valvola che blocca e manda in tilt il meccanismo dominante è quel quid di cui abbiamo bisogno o forse non esattamente rabbia, mi correggo: ciò che bisogna imparare a percepire, digerite e riciclare saggiamente è quel sentimento tanto nobile quanto sovversivo: l’indignazioneL’indignato è colui che brulica di disgusto, commiserazione, pietà e biasimo, è quell’individuo in cui brucia la passione che nutre l’animo, è una persona viva. L’indignazione mantiene in vita, l’azione che ne deriva diffonde la speranza di cambiamenti ed è complice dell’antivirus battagliero che ci salverà tutti dai veleni iniettateci dal branco di lupi affamati stagnanti lì, nel Direttorio.

La vicenda di Rosario è solo un esempio, per quanto piccolo e forse per alcuni mediocre; sì, effettivamente avrei potuto piazzare sul palcoscenico un personaggio più eroico, più spirituale, più politicamente pregnante o intellettualmente capace. Eppure l’esecrazione che lo ha circondato mi ha fatto riflettere, e nella sua acre, anonima e opprimente solitudine d’uno tra tanti, è il riflesso dell’uomo che vuole vendicare, riappropriarsi e riscattare sé stesso, a cui i mezzi talvolta sono negati e l’esito è incerto. 
L’importante è reagire, perché se è vero che la sventura non consente di sollevare la testa, la dignità non consente di chinarla.

Maria Vittoria Giardinelli per MIfacciodiCultura

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