Edvard Munch e la forza della depressione tra arte e malessere

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Separazione, 1896

Il pittore ed incisore norvegese Edvard Munch viene inserito di prassi nel filone dei simbolisti e considerato un precursore dell’espressionismo. Il suo periodo di massimo splendore è riconducibile all’arco di tempo che va dal 1892 al 1905: in questo intervallo diede forma al suo personale stile e realizzò una serie di capolavori indiscussi. Interessante osservare come gli anni coincidano con la fase di elaborazione di un enorme dolore, che lo accompagnò durante la sua crescita e la sua formazione. Tale sofferenza lo condusse a raggiungere l’apice della malattia che caratterizzo la sua vita, ovvero la depressione, verso la fine del primo decennio del Novecento. Successivamente Munch riuscì a riprendersi dalla depressione continuando la sua attività pittorica, ma senza mai più giungere ad importanti soluzioni. Durante gli ultimi anni di stabilità emotiva portò a termine unicamente un serie di ritratti: fu come se l’aver superato il tormento interiore avesse generato nell’artista un blocco creativo.

Vita e Morte, 1899

Edvard Munch nacque il 12 dicembre del 1863 a Løten, località norvegese, e ad un solo anno dalla nascita si trasferì con l’intera famiglia a Christiania, l’odierna Oslo. La sua esistenza venne presto segnata da una serie di avvenimenti tragici: nel giro di pochi anni subì due lutti, ovvero la scomparsa della madre e della sorella, affette da tubercolosi. Il padre, con l’aiuto della zia, si preoccupò di garantirgli un istruzione storico-letteraria, ma metabolizzati i due decessi venne colpito dalla depressione. Fu ciò a segnare la crescita del figlio, che fece di tali duri avvenimenti il suo personale bagaglio di vita.

Nel 1879 Edvard si iscrisse in un istituto tecnico per poi passare in seguito ad una scuola d’arte: grazie agli studi entrò in contatto con i circoli bohémien. Nel 1889 frequentò a Parigi lo studio di Leon Bonnat (1833 – 1922) ed ebbe modo di ammirare le opere di importanti artisti, ma durante il soggiorno francese cadde in un profondo stato di malessere a causa della sopraggiunta notizia della morte del padre. Nel 1892, all’interno di una serie di esposizioni indipendenti organizzate da Max Liebermann (1847 – 1935) e Walter Leistikow (1865 – 1908), inaugurò una sua personale a Berlino: tale mostra, che ricevette una serie di critiche, fu la causa scatenante della Secessione di Berlino. Munch aderì a tale gruppo di artisti a partire dal 1902, dopo aver nel 1899 esposto alla Secessione Viennese.

Autoritratto all’inferno, 1903

Nel 1908 ebbe un crollo emotivo aggravato dall’abuso di alcool e l’anno successivo rientrò in Norvegia dove, con l’aiuto di persone a lui vicine, recuperò la felicità. Gli ultimi anni li trascorse a Ekely dove acquistò una proprietà di 45 ettari. Morì il 23 gennaio del 1944.

Ad accompagnare la produzione artistica di Edvard Munch fu il senso di forte tensione tra la vita e la morte, senza dubbio scatenato dagli avvenimenti che colpirono la sua famiglia. Il dualismo tra i due poli lo spinse a rappresentare ed indagare nei suoi lavori i lati più oscuri dell’animo umano, calcando tematiche quali la malinconia, la solitudine, l’angoscia e la morte. Munch inquadrò la vita in un tormentato percorso diretto verso la fine dei giorni ed indicativa è la volontà di raccogliere le sue opere all’interno di un unico grande progetto chiamato Il fregio della vita, mediante il quale creò un discorso armonico e la sua produzione diviene così protagonista di un unico grande racconto. Fanno parte di questo ciclo i suoi lavori più famosi, compreso L’Urlo del 1893. Il fregio vede divise le pitture in 4 sezioni: Seme dell’amore, Sviluppo e dissoluzione dell’amore, Angoscia e Morte.

La depressione consentì all’artista di non temere la morte e lo spinse ad analizzarne gli aspetti più oscuri. Procedette ad una sorta di catarsi, esorcizzando le inquietudini interiori grazie alla realizzazione dei sui dipinti: avvicinandosi e interagendo a tu per tu con la morte, ne sconfisse la paura.

La morte di Marat I, 1907

Come nel più contemporaneo film Melancholia di Lars von Trier (2011), che si basa sul medesimo stato emozionale, Edvard Munch riuscì ad accorpare nei suoi lavori tradizione ed innovazione: riprese temi classici e li riadattò in chiave personale ed originale. Simbolico come sia Munch sia von Trier si rifacciano a Richard Wagner (1813 – 1883). Il primo pensando alla sua produzione come un’unica “opera d’arte totale”, basti pensare a Il Fregio della vita, nel quale riprende il concetto di Gesamtkunstwerk, che il tedesco inserì nel saggio L’arte e la rivoluzione del 1849; il secondo con una citazione diretta, riproponendo in apertura del film il preludio di Tristano e Isotta, dramma musicale scritto dal compositore tra il 1857 e 1859.
Le situazioni sopracitate ci raccontano la realtà simbolicamente, amplificandone le condizioni all’estremo. Entrambe ci trasmettono come la potenza della depressione possa garantire una differente percezione del mondo e una a volte più profonda, seppur apparentemente distorta, visione degli avvenimenti. Le due “storie” raccontate da Il fregio della vita e da Melancholia partono affidando una posizione centrale alle relazioni di coppia. Dai rapporti interpersonali si estrapola però un’analisi interiore, dove lo sdoppiamento altro non è che la dicotomia tra la vita e la morte.

Greta Canepa per MIfacciodiCultura

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