“Babar”, se e quando l’abito fa il buon selvaggio

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Babar, se e quando l’abito fa il buon selvaggio

È di circa una settimana fa la notizia della fine della produzione del cartone animato che ha per protagonista il del famoso elefantino Babar, nato dalla matita di Jean e Laurent de Brunhoff nel lontano 1931. Se all’epoca della sua creazione era decisamente innocuo, guardarlo oggi nel 2017 potremmo storcere il naso davanti ad alcuni messaggi veicolati dal cartone.

«Tranquillo, è solo una favola»: quante volte durante l’infanzia veniamo rassicurati da queste semplici parole, magico salvacondotto per il mondo reale, capace di “educare” i bambini a non dare troppo credito alle storie fatate che si incontrano in molti libri per l’infanzia. Peccato, però, che oltre che fatate quelle storie sono anche fatali. Sì, perché solo in virtù della spontanea ingenuità dei bambini si può essere portati a ritenere che le storie non plasmino un certo modo di pensare, una certa visione del mondo, un certo modo di approcciarsi all’altro. Ciò che viene letto durante la fanciullezza lascia un’impronta indelebile in noi, tanto tangibile, a volte, da richiamare perfino le atmosfere ormai avvolte nelle brume di quando mamma e papà leggevano per noi Piccole Donne o Pattini d’Argento.

Di questo meccanismo era ben consapevole il nostro De Amicis che con il suo Cuore intendeva formare le menti di quegli italiani che andavano fatti secondo la celeberrima affermazione del Generale d’Azeglio. Queste letture infantili, dove infantili ha solo un significato denotativo e non connotativo, infatti, influenzano da subito i nostri valori, o meglio, li creano, li plasmano e provvedono a fornire al bambino o alla bambina le impalcature per costruire quei sogni che poi, da grandi, si trasformeranno in ambizioni e aspirazioni. Le storie dell’infanzia sono il primo discrimen tra il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Pertanto, vanno scelte (e scritte) con estrema attenzione.

Ecco quindi che Babar merita di essere analizzato nella sua totalità, andando oltre il suo semplice essere destinato ai bambini. Considerare l’epoca in cui è stato creato, forse, può essere d’aiuto per comprendere meglio i meccanismi che hanno portato alla sua nascita e, di conseguenza, ad avvicinarsi più facilmente alle critiche che gli sono state mosse. A un occhio adulto, effettivamente, abituato a un mondo dominato dalla polarizzazione globale/locale e, nei buoni casi, consapevole di un gran numero di disparità e disequilibri, l’immagine di un elefante vestito all’occidentale, istruito in Europa, a Parigi può davvero far nascere qualche perplessità. In un saggio edito nel 1996, Should We Burn Babar?: Essays on Children’s Literature and the Power of Stories, l’autore Herbert R. Kohl muove grosso modo questo tipo di critica. Partendo dal presupposto che prima di istruire i bambini con le storie dovremmo noi, primariamente, interrogarci sulle soggiacenti asserzioni politiche e sociali cui sottoponiamo i nostri ignari pargoli, Kohl fa riflettere su come l’intera impalcatura della favola sia un’allegoria della colonizzazione francese, con i colonizzatori, rappresentati dalla vecchia, buona e munifica signora, che non appaiano come deprecabili invasori, ma anzi, come mirabili mentori cui fare riferimento.

Estremamente significativo e denso di carica simbolica è, a mio avviso, il passaggio di Babar da elefantino nudo a elefante vestito con il famoso completo verde e papillon rosso. Questo rappresenta in modo chiaro per gli adulti ma subdolo per i bambini l’immagine del bon sauvage di Rousseau, precetto filosofico che è diventato base per iconografie caricaturali di cui il caro Mercoledì di Robin Crusoe è il massimo emblema. Nella favola di Babar passa il messaggio che chiunque venga dalla giungla e da tutte quelle giungle che metropoli europee non sono sia incolto e inumano. Solo l’aiuto dell’Europa (l’anziana signora) permette la trasmutazione in oro verso un nuovo modo di essere più europeo, più bianco, più umano.

I nativi nudi, rappresentati dai “buoni” elefanti sono portati nella metropoli, vengono acculturati e poi sono spediti di nuovo alla loro terra natia per la missione civilizzatrice. Gli elefanti che hanno assimilato i modi della metropoli dominano quelli che non lo hanno fatto. Gli elefanti europeizzati sono, come nel meccanismo colonialista, consoli per il potere coloniale. Diventare francese significa, di fatto, diventare umano e superiore.

Babar, significativamente in piedi e in atteggiamento paternalistico e di controllo, gli altri elefanti ancora non vestiti e non europeizzati e l’anziana signora (Europa) che supervisiona apparentemente compiaciuta

Non tutte le posizioni sono così critiche. Adam Gopnik, giornalista per il New Yorker specializzato in letteratura per bambini e ragazzi, nell’articolo Freeing the elephants fa una riflessione più moderata vedendo nella storia di Babar una mera rappresentazione del colonialismo francese, arrivando a definirla, persino, una consapevole commedia.

Le opinioni possono essere svariate e di ordini mentali contrapposti, certo è che ciò che resta è un giusto sforzo per un’interpretazione altra e per una rinnovata responsabilità nei confronti di uno strumento tanto semplice quanto essenziale come le storie. Se vogliamo le nostre figlie indipendenti non insegniamo ad aspettare il principe azzurro ma a cavarsela con le proprie forze, e se vogliamo un mondo più equo, forse, dovremmo rivedere un po’ il modo in cui lo raccontiamo.

Antonia Ruspolini per MIfacciodiCultura

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