Music & Poetry – “16 tons”, l’insostenibile peso della schiavitù moderna

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Music & Poetry – 16 tons, l’insostenibile peso della schiavitù moderna

Siamo di fronte al capolavoro delle classi dominanti quando chi ti ha reso povero riesce a farti odiare chi è ancora più povero di te: in fondo, non è altro che il ben noto aforisma di Malcom X, ché tra «the blood in the ink of the headlines» e abbondanti dosi di demagogia ci han portato davvero ad odiare gli oppressi ed amare gli oppressori. Ma non è sempre stato così: certo, gli schiavi orgogliosi della loro condizione ci sono sempre stati, tanto da coniare aggettivi toponomastici come stacanovista, ma c’è stata anche un’epoca, ormai al tramonto, in cui anche gli ultimi, nonostante vivessero caricando 16 tons al giorno, ed ogni giorno fossero sempre più immersi nei debiti, almeno erano consci della loro inumana condizione.

La canzone 16 tons è stata composta nel 1949 dall’oggi misconosciuto Merle Travis, ma ne esistono oltre una trentina di versioni, destinate pensiamo ad aumentare: per il momento, le interpretazioni più note sono quelle del gruppo vocale dei Platters, una ballata country dura per ritmo e testo in piacevole contrasto col doo-wop del gruppo, e quella di Johhny Cash, perfettamente in sintonia con l’iron and steel dei pugni del protagonista.

Non è la prima volta che la musica “leggera” sa essere pesante e successivamente lo è stata anche più frequentemente, con tutta la generazione delle anti-war songs, da Dylan a Springsteen passando per Jackson Browne e molti altri: anche 16 tons trova posto nelle canzoni contro la guerra, anche se tratta della vita quotidiana di un minatore (ammesso che quella sia vita), come Driving the last spike dei Genesis, lì il sacrificio noncurante di vite umane per la costruzione delle ferrovie, qui l’inferno quotidiano di una schiavitù fatta di lavoro massacrante e debiti sempre più profondi.

«Ci sono due modi per conquistare e rendere schiava una nazione. Una è con le spade, l’altra è con il debito» diceva Adam Smith: tra finanziarie, mutui, prestiti facili e pagamenti a rate, tra contratti di solidarietà, voucher e pensioni ottuagenarie, ci sta bene un’alternanza scuola-lavoro che ammaestra alla servitù, quello che diceva Smith per le nazioni vale anche per gli individui.

Perché in 16 tons la parte importante è il refrain:

Carichi 16 tonnellate, e che cosa ottieni? Di un giorno più vecchio, e più affondato nei debiti. San Pietro, non chiamarmi, perché non posso andare: devo la mia anima al negozio della Compagnia.

Johnny Cash nel video con la sua versione di 16 tons

Perché il trucco è semplice: ai tempi della corsa alloro, molti diventarono ricchi (rich enough to forget my name), ma non furono i cercatori. Furono i negozianti, che vendevano volentieri a credito, a prezzi talmente tanto alti che finivano per essere proprietari di tutte le concessioni minerarie. Lo stesso succedeva con i minatori e tutti gli uomini di fatica, quelli che lasciavano le famiglie per lavori che li spezzavano, menti deboli e schiene forti finché non cedevano anche quelle: i cantieri, le miniere, erano attorniati da negozi che quotidianamente estorcevano ai lavoratori, per la pura sopravvivenza, un importo più alto della paga quotidiana, fino a che essi stessi diventavano proprietà della Compagnia: «I owe my soul to the company store», appunto.

Finché si finisce per lavorare per vitto e alloggio. O solo per il vitto, che per dormire va bene anche un cuscino di solida roccia. Il minatore di 16 tons urla la sua sterile ribellione contro quelli che incrocia e che uccide se non si spostano, ma la sua è la forza del vinto che, ancora, odia chi è più povero o debole.

Ma in 16 tons il nostro alter ego trova comunque la forza di sapere di essere schiavo: mentre noi, a far zapping tra Grande Fratello e C’è posta per te, chiediamo a gran voce ancora schiavitù, per favore, un po’ meno libertà, please, che ci spaventa.

Qualcuno dice che l’uomo è fatto di fango. Ha ragione.


Some people say a man is made out of mud
A poor man’s made out of muscle and blood
Muscle and blood, skin and bones…
A mind that’s weak and a back that’s strong

You load sixteen tons, and what do you get?
another day older and deeper in debt
St. Peter, don’t you call me, ‘cause I can’t go
I owe my soul to the company store

I was born one mornin’ and the sun didn’t shine
I picked up my shovel and I walked to the mine
I loaded sixteen tons of number nine coal and
the straw boss said, “well bless my soul!”
…..you loaded…

You load sixteen tons, and what do you get?
another day older and deeper in debt
St. Peter, don’t you call me, ‘cause I can’t go
I owe my soul to the company store

I was born one mornin’ it was drizzlin’ rain
fightin’ and trouble are my middle name
I was raised in a cane-brake by an old mama lion
can’t no high-toned woman make me walk no line

You load sixteen tons, and what do you get?
another day older and deeper in debt
St. Peter, don’t you call me, ‘cause I can’t go
I owe my soul to the company store

If you see me comin’, better step aside
A lot of men didn’t, a lot of men died
One fist of iron, the other of steel
If the right one don’t get you, then the left one will

You load sixteen tons, and what do you get?
another day older and deeper in debt
St. Peter, don’t you call me, ‘cause I can’t go
I owe my soul to the company store

You load sixteen tons, and what do you get?
Another day older and deeper in debt
St. Peter don’t you call me, ‘cause I can’t go
I owe my soul to the company store

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

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