La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dagli albori ad oggi

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La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è un documento di importanza fondamentale, con una storia centenaria alle spalle: trae ispirazione dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana (4 luglio 1776), dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino redatta nel 1789 durante la Rivoluzione Francese e dai pilastri delle Quattro Libertà sanciti da Franklin D. Roosevelt nella Carta Atlantica del 1941.

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

La Dichiarazione universale dei Diritti umani, dagli albori ad oggi

Si apre con questo primo articolo il trattato, firmato a Parigi il 10 dicembre 1948. Furono le Nazioni Unite a promuovere la creazione di questo documento, che già faceva parte del loro statuto nel 1945. L’importanza di questa dichiarazione risiede nel fatto che i diritti umani per la prima volta vengono riconosciuti universalmente, senza distinzioni geografiche o storiche e, mentre alla fine del primo conflitto mondiale venne istituita una Commissione sulle responsabilità degli autori della guerra e sull’applicazione delle sanzioni che alla fine non rese giustizia fino in fondo, con i crimini efferati e le atrocità perpetrati negli anni del terzo Reich tedesco e della Seconda Guerra Mondiale avviene una svolta.
Durante i processi di Norimberga per la prima volta, oltre ai crimini di guerra e contro la pace, tra i capi d’accusa vi fu quello di crimini contro l’umanità. Da lì altri crimini vennero indagati, come quelli commessi nell’ex Jugoslavia e in Rwanda.
Certo, questo pilastro portante ha segnato la storia e la sua evoluzione.

Ma la Dichiarazione dei Diritti Umani comprende anche la libertà di lasciare il proprio Paese e di farvi ritorno, di cercare asilo in fuga da persecuzioni; parla anche del diritto alla cittadinanza, al lavoro e alla protezione contro la disoccupazione.

L’articolo 25 recita, nei suoi due punti:

Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute ed il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ha il diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza.

Non è strano leggere elementi così basilari in una dichiarazione universale? Dovrebbero essere punti fermi per ogni Stato e sicurezze per i cittadini.
Pensandoci bene, però, sul suolo italiano qualcosa si sta arenando: tagli di qua, tagli di là, tasse, licenziamenti, bisogni che crescono e soldi che magicamente spariscono. Una classe sociale rimane sempre a galla mentre dall’altro lato c’è chi viene sopraffatto e quindi abbandonato al suo destino da uno Stato che sembra non voler far fronte alle proprie responsabilità sociali e civili.
Marx sferrò una critica ai diritti umani nel lontano ‘800: secondo il suo pensiero l’uomo è solo formalmente membro dello Stato, poiché nella sfera giuridica gode di piena uguaglianza, mentre nell’ambito socio-economico vige la diseguaglianza.
È un pensiero così lontano dall’attuale situazione italiana? Certamente non è lo scenario peggiore visti i precari equilibri mondiali, tuttavia anche questi semplici postulati dovrebbero essere rispettati proprio per garantire un livello di solidità incorruttibile.

Mariachiara Manzone per MIfacciodiCultura

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