Mariano Tomatis presenta “L’altro volto di Torino magica”

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Mariano Tomatis presenta L’altro volto di Torino magica

Mariano Tomatis
Locandina del primo Laboratorio Mesmer

La locandina con cui lo scrittore ed illusionista Mariano Tomatis ha annunciato il primo appuntamento del suo Laboratorio “Mesmer” non poteva che affascinare chiunque l’avesse avuta sott’occhio: un malefico mago sta avvicinando una grande sega circolare ad una cassa di legno, al cui interno giace terrorizzato un uomo legato mani e piedi. Un omaggio a The Mad Magician, un inquietante personaggio creato dal fumettista americano Wally Wood, con il quale Tomatis ha voluto presentare la suggestiva serata-evento svoltasi il 17 novembre scorso presso il prestigioso Circolo Amici della Magia di Torino, ed intitolata L’altro volto di Torino magica.

Ma qual è il volto di Torino che ancora sembra sfuggirci? Ha tentato di spiegarlo al pubblico il traduttore italiano di Stephen King, lo scrittore Giovanni Arduino, che recentemente ha curato la riedizione dell'”unico vero, autentico romanzo maledetto italiano”: Le venti giornate di Torino. Scritto da un ispiratissimo Giorgio De Maria (1924-2009) e pubblicato nel 1977 con ben poco successo, ma riscoperto e ristampato di recente sia in Italia che negli Stati Uniti, il romanzo – un giallo a tinte profondamente inquietanti ambientato nella Torino degli anni Settanta – riesce ad offuscare quella linea che tutti tracciamo fra ciò che consideriamo reale e ciò che non riteniamo tale. È questo “cortocircuitopercettivo a spiegare il perché della presentazione di un tale romanzo in un circolo frequentato da amanti dell’illusionismo.

C’è da dire che laboratorio pensato da Tomatis, in effetti, intende essere un progetto multimediale che tenta di rompere la consuetudinaria e rigida classificazione culturale e trovare invece inediti punti d’incontro fra campi del sapere apparentemente lontani. In questo primo appuntamento di novembre, ad esempio, il laboratorio ha invitato al dialogo il mondo del mentalismo e quello della letteratura, scorgendo in entrambe le arti l’intento di confondere i confini fra realtà e rappresentazione: mentalista e scrittore, infatti, sono entrambi “illusionisti”, “tecnici dello stupore” (Tomatis) capaci di spostare la linea che solitamente separa il possibile dall’impossibile.

In questo senso, quindi, uno scrittore come De Maria può essere definito a tutti gli effetti un brillante “illusionista”, dal momento che il suo romanzo riesce a condurre il lettore là dove un mentalista porta i suoi spettatori: “ai confini della propria rappresentazione del mondo” (Derren Brown). Sullo sfondo di uno scenario estremamente realistico (reale, anzi), cucito fra le vie e le piazze di Torino, fra i suoi ospedali e i suoi monumenti, la linea che divide il possibile dall’impossibile comincia a spostarsi sotto la trama del romanzo: veniamo così a conoscenza di un’oscura biblioteca, di misteriose stragi che insanguinano la città e di terribili forze oscure che imperversano nel centro storico. Stando alla cronaca cittadina, siamo certi che nulla di tutto ciò sia realmente accaduto, eppure voltata l’ultima pagina il lettore non potrà fare a meno che dubitare e fissare sbalordito lo svanire di quel confine fra realtà e rappresentazione, un confine peraltro già messo alla prova dallo stesso sottotitolo del romanzo: Inchiesta di fine secolo. Che cosa, infatti, se non proprio una “inchiesta”, riesce a risultare più verosimile agli occhi di un lettore?

Giorgio De Maria, Le venti giornate di Torino

Un’inchiesta, quella di De Maria, che per molti versi somiglia ad una “indagine” altrettanto verosimile condotta vent’anni più tardi: era l’aprile del 1996 quando Mariano Tomatis decise di creare una leggenda; lo sfondo, questa volta, non sarebbe stato il centro di Torino già caro a De Maria, bensì un piccolo paese della provincia, Torre Canavese. L’ispirazione si dovette ad un affresco locale che rappresentava San Giovanni intento a reggere il Santo Graal, il calice di Cristo cercato in ogni angolo del mondo e sul quale aleggiano decine e decine di miti e racconti. Ed ecco l’idea di Tomatis: perché non far diventare la piccola Torre Canavese il rifugio della preziosa reliquia? Perché non trasformare un anonimo affresco nell’indizio-chiave di quella che poi sarebbe stata intitolata Una indagine storica sulla sacra reliquia? Appoggiandosi a fatti storici realmente accaduti, fra i quali spicca un Conte di Monferrato che fu signore di Gerusalemme, Tomatis riuscì a ricostruire un avventuroso (ma verosimile) viaggio del Santo Graal dalla Terra Santa al profondo Piemonte, dimostrando infine che la reliquia non poteva che celarsi da qualche parte in paese. Nonostante il tono fosse scherzoso, qualcuno credette alla leggenda: fu il parroco del paese, che senza alcuna titubanza giunse ad affermare che la ricerca dello scrittore torinese (ma, non dimentichiamolo, illusionista) era “la prova storica che il Santo Graal si trova a Torre Canavese“. Nei mesi successivi, inoltre, alcuni cercatori muniti di pala e metal detector scavarono qualche decina di buche alla ricerca della sacra reliqua. Naturalmente non si trovò nulla, poiché non c’era nulla. A questo punto Tomatis aveva vinto la sua sfida.

L’affresco di S. Giovanni con il Santo Graal

Come il romanzo di De Maria, la ricerca “illusionistica” di Mariano Tomatis è riuscita a spostare la linea fra il possibile e l’impossibile, annebbiando i confini fra la realtà e la finzione. Uno spettatore sbigottito dopo uno spettacolo di mentalismo, un lettore confuso di fronte ad un romanzo come quello di De Maria o, piuttosto, quel manipolo di cercatori convinti da Tomatis che il Graal si trovasse a Torre Canavese: tutti esempi di quell’Arte di stupire (Tomatis) che da secoli continua ad incantare e a sedurre, tutte conseguenze di un effetto “magico” che Tomatis ha riassunto con un’efficace citazione da Il Piccolo Principe:

Quando ero piccolo abitavo in una casa antica, e la leggenda raccontava che c’era un tesoro nascosto. Naturalmente nessuno ha mai potuto scoprirlo, né forse l’ha mai cercato. Eppure incantava tutta la casa.

Fabio Gusella per MIfacciodiCultura

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