Antoon van Dyck, il ritrattista delle corti del Seicento

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Antoon van Dyck, il ritrattista delle corti del Seicento

Personalmente io stimo Van Dyck eRubens superiori a tutti i pittori del mondo.

Friedrich Nietzsche

Ritratto di Paolina Adorno-Brignole-Sale

Ricerca di affermazione sociale e di successo animarono la vita e l’opera di Antoon van Dyck (Anversa, 22 marzo 1599 – Londra, 9 dicembre 1641), uno dei più grandi e più amati ritrattisti delle corti del Seicento; rapida e trionfante fu la sua carriera.
Una vita breve quella di van Dyck, durata appena quarantadue anni, tutta protesa nella conquista dell’affermazione artistica. Borghese di nascita ma nobile per vocazione, l’artista fiammingo spese la sua esistenza tra le varie corti europee, rielaborando quel genere di ritratto alla veneziana che, un secolo prima, aveva imposto Tiziano come ritrattista prediletto dall’aristocrazia. 

Dotato di grande talento naturale, diventa presto uno dei collaboratori di Pieter Paul Rubens, che lo definiva “il suo miglior discepolo”. Da lui eredita la ricchezza cromatica e la gioia della pittura che però, è più asciutta e nervosa, sebbene risenta della ridondanza delle figure rubensiane. 

Ma andiamo con ordine. 

Cominciamo con il ritratto che ne tratteggia Giovanni Pietro Bellori: 

Grande per la Fiandra era la fama di Pietro Paolo Rubens, quando in Anversa nella sua scuola sollevossi un giovinetto portato da così nobile generosità di costumi e da così bello spirito nella pittura che ben diede segno d’illustrarla ed accrescerle splendore.

Giovanni Pietro Bellori, Le Vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, 1672

Antoon Van Dyck (conosciuto anche come Anton, Antony, Antonie o Anthonis), nasce nel 1599 ad Anversa, settimo figlio di una ricca famiglia borghese. In quegli anni l’ondata contro-riformatrice aveva investito tutte le arti che venivano controllate dalle istituzioni politiche e religiose; le prime richiedevano che l’arte magnificasse la loro potenza e le seconde erano desiderose che fossero nuovamente rappresentate fede e devozione. I valori estetici espressi nel Rinascimento furono messi in crisi e l’arte diede vita ad uno nuovo stile, il Barocco, che si manifestò con un’estrema varietà di temi, modi e forme. Anche il gusto muta e all’armonia rinascimentale non si riesce a trovare una risposta che sia davvero originale ed organica. 

Autoritratto

È il secolo d’oro delle Fiandre e le élite aristocratiche chiedono agli artisti di celebrare il loro fasto e la loro esclusività a cui molti rispondono con un’arte decorativa che spesso si limita ad un gioco formale. In questo contesto van Dyck entra, ancora bambino, presso la bottega del pittore fiammingo Van Balen che lo indirizza verso il Naturalismo a cui aderiscono anche pittori come i fratelli Carracci e Caravaggio. Quando a 16 anni Van Dyck apre la sua bottega di pittore, Caravaggio è già morto e sta appunto diffondendosi il Barocco di cui sarà autorevole esponente uno dei maestri di Van Dyck, Pieter Paul Rubens. Proprio Rubens, affascinato dalla pittura italiana e da quella veneta per la corposità del colore di Tintoretto e Tiziano, contribuirà a formare la sua tecnica e il suo stile arrivando a considerarlo il suo allievo migliore. 

I grandi pittori italiani lasciano una forte impronta anche nel giovane van Dyck quando, nel 1621, arriva in Italia per il rituale viaggio di formazione che durerà circa sei anni. Visita Genova, Roma, Venezia, Padova, Firenze, Palermo approfondendo la sua cultura e raffinando la tavolozza.  La prima tappa è a Genova, una città in rigoglioso sviluppo artistico ed economico che commerciava soprattutto con le Fiandre. La fama che lo accompagna come allievo di Rubens gli procura molti ingaggi nella buona società genovese: in un anno ritrae gli esponenti maggiori dell’aristocrazia e della nascente borghesia mercantile, i Doria, Durazzo, gli Adorno. Nei ritratti che gli vengono commissionati esalta bellezza e vigore fisico, splendori di vesti, ricchi panneggi, accontentando così i suoi committenti desiderosi di essere immortalati come figure simbolo dei valori caratteristici di una nobiltà antichissima, anche quando è assente. Sono ritratti a figura intera che conferiscono ai protagonisti maestosità e contegno nobile e distaccato ma spesso tralasciano tratti caratteriali non propriamente piacevoli: in tal modo Van Dyck si presta con la sua arte al gioco che la società, non solo genovese, voleva. Capolavori in questo senso sono i due ritratti della marchesa Paola Adorno del 1624-25: nel primo il pittore rende la fine bellezza della giovane aristocratica attraverso i tratti delicati del viso, la ricchezza della stoffa e dei gioielli e l’ampia gorgiera a ruota, tipica del costume seicentesco. Nel secondo che raffigura la marchesa con il primogenito, il confronto con il ritratto precedente mostra la maturazione della nobildonna, divenuta madre. Qui van Dyck evidenzia i diversi cambiamenti, fisici e psicologici, della protagonista. L’autore dispiega tutta la sua abilità cromatica nel contrapporre il lucente abito nero, severo ma fastoso della dama, ai gioielli che le ornano il capo, al vestito ricamato del figlio, al tappeto rosso e al teatrale tendaggio retrostante. Unica nota di movimento accanto ai due compassati personaggi, il cagnolino a zampe all’aria che guarda il padroncino. 

Ritratto di Carlo I in tre posizioni

La sua fama di ritrattista dopo l’esperienza italiana lo porterà a diventare prima pittore di corte presso Ferdinando II d’Asburgo e poi pittore ufficiale di Carlo I Stuart a Londra dove si trasferirà definitivamente. Qui ritrae il suo munifico protettore varie volte, sia singolarmente, soprattutto a cavallo, che con la famiglia: famosissimo il Ritratto equestre con il suo maestro di equitazione del 1633 o il Triplo ritratto del 1635. 

Nel 1627 torna nella natia Anversa dove, fervente cattolico, si dedica alla produzione religiosa, storica e mitologica in cui è riscontrabile il suo inconfondibile stile. 

In seguito si reca a Parigi dove dipinge altri ritratti ma non le sale della reggia del Louvre di Luigi XIII come sperava. Nel 1640, ammalatosi, decide di tornare a Londra; qui sposa una nobildonna inglese, ma nel pieno della maturità artistica muore il 9 dicembre 1641 pochi giorni dopo la nascita della sua primogenita. 

Denise Alberti per MIfacciodiCultura

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