Jim Morrison: un mito in perenne ricerca dell’altrove

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Jim Morrison: un mito in perenne ricerca dell’altrove

Jim Morrison
Jim Morrison

Rileggere la storia a posteriori non è certo un metodo appropriato per capirla, ma certe volte non si può far a meno di pensare, quando ci si imbatte nella vita di alcuni personaggi, «Beh, anche se non avesse sfruttato le occasioni che ha avuto, questa personalità sarebbe diventata comunque mitica». È un po’ quello che si pensa leggendo la biografia di Jim Morrison (Melbourne, 8 dicembre 1943 – Parigi, 3 luglio 1971): passato da bambino fragile e smarrito a causa dei continui trasferimenti dovuti al lavoro del padre (un ammiraglio della marina USA), ad adolescente tenebroso e ribelle, non ci si sorprende affatto che dopo la chiacchierata su una spiaggia californiana con il tastierista Manzarek, il personaggio in questione abbia dato la sua impronta fondamentale ai The Doors e alla musica contemporanea in generale.

Ho sentito spesso definirlo, per il suo stile musicale e l’interesse nei confronti dell’esoterismo, una sorta di rappresentazione vivente degli anni ’70; purtroppo però Morrison si spegne a Parigi solo nel 1971. Anche questo è un tragico fatto che accomuna i personaggi istrionici: vengono immediatamente riletti come anticipatori. E in effetti, è difficile non paragonare il suono psichedelico delle tastiere dei The Doors, la loro voce imprevedibile (e su questo aggettivo ci ho lavorato parecchio) con band del decennio successivo. Penso che però questo proiettarsi nel futuro non può mai avvenire senza la conoscenza di ciò che c’è stato prima: per Morrison, questo è particolarmente vero per quanto riguarda la sua attività di poeta e autore. Durante la sua crescita particolare che ho schematizzato all’inizio, forse il momento che lo ha portato ad essere quello che tutti ricordano è stato l’incontro con i letterati della Beat Generation. L’irruenza sonora di questa corrente letteraria imprimerà al suo stile qualcosa di unico:

Break on through,
Trough the other side.

Jim MorrisonCi si potrebbe soffermare a lungo sull’analizzare le figure retoriche del suono in questi primi due versi di uno dei suoi pezzi più famosi, Break on trough. Anche l’etichetta che molti hanno attribuito a Jim Morrison, quella di poeta maledetto, inserendolo in linea di continuità con niente di meno che un certo Baudelaire, si deve proprio a questo periodo della sua vita. Forse si può parlare in maniera meno generica di una ricerca dell’altrove, che di certo non lo allontana dal grande poeta francese. Molti particolari della sua esistenza, a partire dal titolo della canzone sopra, dal nome del gruppo di cui faceva parte, preso da una poesia di William Blake, testimoniano la volontà di andare oltre. Questa sua incompletezza unita, oltre che chiaramente, come negarlo, al suo aspetto fisico angelico e demoniaco insieme, ha fatto sì che diventasse una vera calamita per i giovani di allora.

Oh, moon of Alabama
We now must say goodbye,
we’ve lost our good old mama
And must have whiskey, oh you know why.

Alabama song

Jim MorrisonParole come queste, con un “noi” ossessivo e il senso di smarrimento che inducono, non potevano ancora mostrare tutto il loro potenziale negli anni che stavano vedendo il sessantotto, ma sarebbero state chiarissime negli anni ’70, quando già si scorgeva la fine di molte illusioni. Anche le continue provocazioni che Morrison metteva in scena durante i concerti dei The Doors erano parte di questo voler sfondare tutte “le porte”: certo, sarebbe molto più immediato dare la colpa al suo sempre maggior consumo di alcool, ma gli spettatori si rendevano conto che si stava abbattendo una barriera. Tutto, anche la performance in uno studio televisivo, come quella famosissima all‘Ed Sullivan Show in cui cantò Light my Fire con un rabbia impressionante (e inserendo lo stesso i versi che si volevano censurare), diventa soggetto a regole da sovvertire: Break on through, di nuovo.

Quando si parla di miti si parla spesso di morti impressionanti o misteriose; anche in questo caso le riletture storiche si sprecano. Quello che però spesso si trascura è il rapporto di Morrison con la morte, che lui vedeva come una domanda aperta fin da bambino. Credo di sia molto più utile salutarlo con una sua definizione della fine, che ci spinge ad interrogarci, a “entrare nella sua testa”, sempre che non scolleghiamo il cervello seguendo la sua voce unica:

The west is best, the west is best,
Get here and we’ll do the rest
The blue bus is calling us 

The End

Daniele Rigamonti per MIfacciodiCultura

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