Denuncia, analisi, sentimento, risate, avventura: è il fumetto, bellezza

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Denuncia, analisi, sentimento, risate, avventura: è il fumetto, bellezza

È un fil rouge piuttosto sottile, lo ammetto, quello che, quando si parla di fumetti in modo serio, mi fa venire in mente Sergio Cofferati: devo risalire alle elezioni amministrative di Bologna, quando il rappresentante della sinistra in cachemire (sublime devastatore, come sindacalista, delle tutele dei lavoratori), in fase di ipotesi di candidature reagì con malcelato disprezzo all’idea che un canzonettaro come Lucio Dalla potesse anche solo concorrere alla poltrona di sindaco. Il concetto venne espresso a chiare lettere, chiosando che la «ggente si aspetta una persona seria alla guida di una città», verosimilmente immemore e noncurante di Sono solo canzonette di Bennato: infatti, Dalla, che era una grande persona e non una persona seria alla Cofferati, non ci pensò neppure a candidarsi, e comunque Cofferati vinse: evidentemente aveva ragione.

Potremmo disquisire sulla definizione di serio: io propugno una politica di stampo filosofico-umanistico in cui tra le valutazioni da esperire per valutare la serietà di un politico trovino posto la logica, l’empatia, la sensibilità, l’intelligenza. Per intenderci, ma non penso che ci intenderemo, non saprei dire un politico oggi presente nell’agone che corrisponda ai miei parametri: vedrei benissimo tra le prime cariche dello Stato, tipo Presidente del Consiglio et similia gente come Guccini, De Gregori, Vecchioni. Oppure, a voler riprendere il discorso dei fumetti, Cavezzali, Leo Ortolani, Silver, mentre come Presidente della Repubblica sarebbe stato perfetto Bonvi, genio mai abbastanza compianto, che ci manca moltissimo.

Nulla rimarrà impunito: ho avuto recentemente un raro momento di autostima (tipo un picco glicemico), e parlando con un’amica mi sono definito scherzosamente fumettologo, ed ora pago il fio (mentre chi mi conosce sa che in realtà mi vedo più come un’immagine speculare di un tuttologo – un nullologo, si potrebbe dire). Prendiamo, dunque, spunto dalle ultime notizie, e apprendiamo che Roberto Saviano si è rivolto alla BAO Publishing, nota casa editrice milanese di graphic novel, per realizzare insieme un fumetto, avente come tema la storia della sua vita, e infatti si intitolerà «Sono ancora vivo». Ha chiesto e ottenuto che a disegnare la storia fosse Asaf Hanuka, illustratore e fumettista di Tel Aviv; il volume è previsto in uscita per la primavera 2018. Saviano, per inciso, ci desta non poche perplessità, almeno tante quante ce ne suscitano i suoi feroci detrattori: ma che Gomorra corrompa le giovani menti dei giovani napoletani dando cattivo esempio ci sembra davvero eccessivamente spudorato.

Dall’altra parte del mondo, invece, in India nella fattispecie è alquanto seguito un fumetto avente come protagonista una ragazza di nome Priya e come tema la violenza sulle donne: lo stupro era l’argomento del primo episodio, le donne sfregiate con l’acido il tema di quello in uscita, entrambe tematiche di scottante attualità in un paese come l’India dove la violenza sulle donne raggiunge livelli paradossali. Risale invece all’anno scorso un’iniziativa a fumetti nel Bangladesh, dove è uscito un fumetto finalizzato al sostegno dei diritti degli omosessuali. Tale coraggiosa iniziativa ha poi trovato replica ancora nella vicina India, con The Gaysi Zine: Issue 04 – A Queer Graphic Anthology, magazine autoprodotto grazie al crowdfunding incentrato sui diritti LGBT.

Roberto Saviano

Dagli esempi sopra riportati, possiamo dedurre che il fumetto può veicolare anche contenuti seri?

Ovviamente no, nel senso che la cosa dovrebbe essere assodata: quanto sopra è solo la punta dell’iceberg, un iceberg enorme peraltro, che trova le sue origini assai in là nel tempo – come pure la graphic novel, sostanzialmente una vellutata di dorate globose divinità ctonie, cioè un bel modo per dire purè di patate: noi siamo cresciuti con L’Eternauta, la graphic novel l’abbiamo conosciuta prima che lei conoscesse se stessa. Il fumetto ha da sempre una funzione di indicatore sociale, riflette le mode del momento, ma anche le istanze sociopolitiche, ha una funzione giullaresca di castigatore dei malcostumi dei regimi come pure delle paranoie, delle manie e delle debolezze.

Sotto il termine fumetto, poi, in una accezione nazionale-popolare, vanno talmente tante espressività diverse: dalla singola vignetta satirica, alla striscia quotidiana/settimanale, agli albi mensili, fino appunto alle graphic novel, in una confusione generalizzata che non cercheremo di dipanare qui, o almeno non oggi.

Chiariamo, però, che non è proprio il caso di meravigliarsi per le possibilità espressive e di denuncia del mezzo-fumetto: da Yellow Kid a Lil’ Abner ai Fabolous Furry Freak Brothers la satira è passata di mano negli USA denunciando tutti i malvezzi possibili attraverso strisce come Doonesbury e personaggi come il pinguino Opus. Abbiamo visto le fantasie infantili prendere filosoficamente corpo in Calvin & Hobbes, abbiamo riso dei drammi coniugali universali con Blondie & Dagoberto (non si inventa nulla, caro Pucci). E se da un lato abbiamo avuto una messe di autentica immondizia come Alan Ford, e personaggi più piatti di un manga (dei quali ha molte caratteristiche) come Diabolik, da un altro tutta una pletora di lavori all’insegna del divertimento più puro, in terza istanza quante volte ci siamo fatti e ci facciamo ancora turbare dall’impatto sociopolitico di Mafalda, dalla capacità di cogliere l’attualità pur nel segno della tradizione horror di Dylan Dog, di toccarci nell’animo e nel quotidiano con Lupo Alberto ed Enrico la Talpa, di farci piangere nel vedere su pagina lo squallore grigio travet dell’Eterno Impiegato Bristow (padre putativo di Fantozzi e Fracchia), uno di noi, aggrappato al suo romanzo incompiuto e al Grande Disastro del Carrello da Tè del ’56.

Ovviamente potremmo disquisire sulle modalità avventurose di Zagor/Tex Willer, operando distinguo rispetto a quelle didattico/didascaliche di un Martin Mystere, ricordare il Mago Wiz, e quella serie di genialate lapidarie (è il caso di dirlo) al confine col cinema muto dei cavernicoli di B.C.: e potremmo mai dimenticare il surrealismo comico degli omini di Quino, Mafalda a parte? Poi vennero Marvel e DC Comics a soddisfare il nostro bisogno di eroi a cui tendere, e vennero anche i supereroi con super-problemi.

E diciamolo: qualcosa al mondo ha mai raggiunto l’efficacia antimilitarista, la malinconia, la capacità di denuncia delle Sturmtruppen di Bonvi?

Del resto, perché nascondersi che un fumetto, spesso ben disegnato, accattivante e divertente, ha assai maggiore capacità di penetrazione nelle zucche di un saggio di Bauman o Chomsky? Attualmente, nulla sulla scena culturale italiana (no, Alessandro B., nemmeno tu) raggiunge la capacità di fotografia del reale, di maneggio del non-sense, della parodia e della satira del geniale Rat-Man di Leo Ortolani, mentre a Cavez diamo la palma della sintesi fulminea, il Premio Freccia del Parto, di capacità di cogliere ogni minima sfaccettatura del subconscio, delle pulsioni, delle contraddizioni della natura umana.

E notate, non abbiamo neppure accennato a Walt Disney Charles Shultz.

Invece, chiudiamo citando una stupenda striscia del fumettista statunitense George Lemont: una piccola, triste, ulteriore dimostrazione che il fumetto coglie, anticipa, ride e castiga, giunta in Italia negli anni ’70 con il titolo Il Letale Ospedale del dr. Smock. Satira sulla malasanità allo stato puro, basti dire che lo staff di medici incompetenti orbitanti intorno al dr. Smock (una sorta di Guido Tersilli, peraltro) opera nella clinica privata Villa Decessus.

Purtroppo, per noi e da noi, c’è poco da ridere.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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