Lídia Jorge

Lídia Jorge e il dirompente sussurrare della letteratura femminile (post) coloniale

A Costa dos MurmúriosLa guerra è essenzialmente una questione maschile e di conseguenza gli studi che ne vengono fatti tendono ad essere piuttosto androcentrici, lasciando a margine, o addirittura, tralasciando, il ruolo estremamente significativo svolto dalle donne in tempi bellici. Durante la guerra coloniale portoghese si assistette ad un fenomeno unico nel mondo moderno, che rende impossibile uno sguardo esclusivamente maschile sulle vicende che si svolsero dal 1961 al 1974: ci riferiamo alle donne, alle mogli, figlie, madri che seguirono i loro uomini in Africa. Tuttavia la questione dell’Africa al femminile non è così semplice: dietro la facciata d’amore e coraggio si nascondo dinamiche politiche sottili e subdole. Queste donne, infatti, collaborarono, consciamente e inconsciamente al progetto coloniale di mascheramento della guerra, contribuendo alla costruzione di quell’immagine di normalità desiderata dal regime; ma è altresì vero, che la produzione letteraria di queste donne si rivela strumento utile e necessario per, invece, lo smascheramento di una politica colonialista e patriarcale che si stava, fortunosamente, avviando alla fine. È il caso di Lídia Jorge. La scrittrice, ritenuta ormai una delle più importanti autrici contemporanee di letteratura portoghese, nasce a Boliqueime, in Algarve, nel 18 giugno 1946. Dopo la laurea in Filologia Romanza diventa insegnante, prima a Lisbona e poi in Africa. Infatti, come precedentemente accennato, Lídia Jorge fa parte di quel poderoso esercito di donne che il regime voleva meste ma che, invece, hanno tinteggiato il fosco panorama coloniale di metà Novecento di bellezza e alti sentimenti. Vive in Angola dal 1970 al 1972 e in Mozambico nei due anni successivi, saggiando in prima persona il dramma della guerra coloniale. Solamente dopo il suo ritorno in Portogallo a seguito della Rivoluzione dei Garofani (25 aprile 1974) comincia la sua carriera di scrittrice, pubblicando O Dia dos Prodígios (1980), O Cais das Merendas (1982) e Notícias da Cidade Silvestre (1984) e moltissime altre opere, sia romanzi che raccolte di racconti. Nel 1988 pubblica il suo più famoso romanzo ispirato all’esperienza africana, A Costa dos Murmúrios.

Questo romanzo, tradotto in italiano da Rita Desti con il titolo La costa dei sussurri (1992), ripercorre a distanza di anni, le vicende tragiche vissute in Mozambico dall’autrice. La storia è ben lontana dall’allure con cui la dipinse la quarta di copertina dell’edizione italiana che parla serenamente di “fascino decadente”; in vero, Lídia Jorge ci avvicina un quadro esatto della realtà femminile all’epoca coloniale, o con più precisione, all’inizio della fine della parabola imperiale portoghese.

L’autrice individua fedelmente donne con un doppio ruolo.

In primo luogo, un ruolo di appoggio morale per i mariti aspettandoli nella “retroguardia”, nelle città e in alcuni casi anche in luoghi più disagevoli; molte si impegnarono anche fuori dall’ambito familiare come nell’insegnamento.

In secondo luogo, esse svolsero un ruolo non indifferente nella costruzione di una certa illusione di normalità; concetto su cui si basava saldamente l’ideologia salazarista nelle cosiddette province ultramarine. Basti pensare allo Stella Maris di Lídia Jorge. Nel romanzo questo hotel appare chiaramente come qualcosa che doveva rappresentare metonimicamente il Portogallo intero, doveva essere l’immagine in Africa della politica della casa portuguesa, l’immagine tipica prodotta da regimi dittatoriali della donna e della casa, e della donna in casa (se pensiamo alle tre “K” del nazismo, Kinder, Küche, Kirche, bambini, cucina e chiesa, il progetto sociale per la donna non è così lontano).

A Costa dos Murmúrios, il film del 2004

Dal romanzo si evince con chiarezza che le donne erano veicolo per la conservazione dell’ordine politico e morale, impedendo sia la frammentazione della famiglia vista come cellula dello stato, (pertanto, la distruzione delle famiglie sarebbe stata destabilizzante per la nazione intera) sia la salvaguardia della razza. Infatti, la liaison con un meticcio che ha la protagonista del romanzo, Evita/Eva Lopo ha una carica simbolica dirompente. La relazione adulterina nel romanzo non ha tanto significato per se quando invece rappresenta un tradimento, fausto, delle ideologie che la nazione salazarista propugnava. Ed ecco che, allora, il romanzo (post)coloniale assume i contorni di un viaggio interiore, di un romanzo di formazione. D’altra parte, il critico letterario Peter Brooks afferma in Trame, una delle sue opere più famose, che il romanzo di formazione al femminile o di donna (beninteso, non è la stessa cosa) è rivolto più a un’indagine introspettiva e di ricerca di un equilibrio interiore piuttosto che rivolti a un successo sociale, come, invece, succede spesso negli equivalenti maschili. La protagonista uscendo dal suo matrimonio, esce dallo “Stella Maris”, questo piccolo feticcio lusitano e si allontana dalla retorica colonialista. L’estremamente significativo incontro con l’altro alla base di ogni discorso postcoloniale le permette di abbandonare quel limbo spaziale e temporale in cui era stata relegata. Tramite il confronto con la realtà dell’altro, di tutto ciò che altro, è divenuta altro da sé.

In conclusione, l’esempio di A Costa dos Murmúrios è un interessante spunto di riflessione per vedere sotto una prospettiva diversa quel prefisso post-. Giustamente, siamo portati a pensare che la giusta prospettiva postcoloniale sia quella degli ex-colonizzati ma non è la sola e unica. Parimenti, sarebbe ingiusto non considerare come postcoloniali anche quelle voci di ex-colonizzatori che colonizzatori, poi, non lo volevano essere e che a distanza di tempo hanno affrontato con coraggio le reliquie di un passato doloroso che continuava a sussurrare nella memoria.

Antonia Ruspolini per MIfacciodiCultura

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By on dicembre 5th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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