Americane avventurose

Cristina De Stefano alla ricerca delle sue Americane avventurose

Cristina De Stefano, che è nata a Pavia ma da più di dieci anni vive a Parigi, descrive se stessa in tre parole essenziali: scrittrice, giornalista, scout. Insomma, il mestiere (o meglio, i mestieri) che tutti gli amanti delle Lettere vorrebbero svolgere. Sin dai tempi dell’università, la De Stefano scrive per Elle, di cui ha sempre gestito la Pagina dei Libri e da qualche anno anche il Gran Premio delle Lettrici di Elle. La sua attività giornalistica col tempo si è arricchita di quella editoriale, appunto, sviluppando capacità di scout letterario per “scovare” qua e là sul mercato italiano e francese nuove promesse della scrittura, come quella di Joel Dicker, autore di La verità sull’affare di Harry Quebert (del quale vi parleremo questa domenica). Ma torniamo alla Cristina De Stefano scrittrice: al momento ha pubblicato quattro libri: Belinda e il mostro. Vita segreta di Cristina Campo (Adelphi, 2002), Americane avventurose (Adelphi, 2007), Oriana Fallaci. Una donna (Rizzoli, 2013), Scandalose. Vita di donne libere (Rizzoli, 2017). Ma concentriamoci su Americane avventurose, che compie già dieci anni dalla sua pubblicazione.

Quest’opera costituisce uno sguardo sulla vita e sulla carriera di venti donne americane che nel corso del Novecento hanno segnato non solo il loro destino, ma anche quello collettivo, grazie alla loro intraprendenza e determinazione. L’autrice traccia una vera e propria galleria di ritratti senza però trascurare i dettagli delle storie di queste donne brillanti e anticonvenzionali: le Americane avventurose intrecciano i loro desideri professionali e le loro aspirazioni sociali con le loro situazioni sentimentali alla deriva. Il termine ritratto non è solo una metafora: il racconto di ognuna (rigorosamente in ordine alfabetico) infatti è preceduto da una fotografia evocativa in bianco e nero, come a voler far intraprendere un dialogo tra quell’istantanea e la lettrice del presente.

L’America del secolo scorso è descritta nella sua complessità, tra luci e ombre delle città che riflettono esattamente le luci e le ombre di quelle stesse donne. Un’America segnata dalla guerra e dal razzismo, eppure un’America in cui il sogno e il mito non sono mai tramontati, in cui il fascino culturale e mondano non si è mai esaurito. In quest’atmosfera che per noi lettori è solo scenografia, ma che per quelle donne americane rappresentò la realtà, fatta di trionfo e di successo quanto di decadimento e fallimento. Ognuna con la propria energia e con i propri difetti, pronta a sfidare il mondo intero, le barriere delle città e quell’universo maschile che poteva costituire un ostacolo alla loro indipendenza e libertà.

Facciamo qualche esempio.

Anne Sexton (immagine di copertina), poetessa originaria del Massachusetts, che scrisse poesie, libri per bambini e tenne corsi di scrittura sempre gravata da forti disturbi bipolari, che le fecero sperimentare diversi tentativi di suicidio. L’ultimo, il 4 ottobre 1974, le fu fatale, e morì asfissiata dal gas della propria auto. Ecco, come ogni eroina del mito che si rispetti, la descrizione della morte non tarda ad arrivare; così Cristina De Stefano dipinge i suoi personaggi femminili, dall’alfa all’omega. Una seconda donna, Berenice Abbott: personalità dalla sessualità controversa, fotografa di New York come nessun’altra, rivelando i misteri di una metropoli in tutti i suoi angoli, tra i suoi grattacieli e la sua quotidianità. Intraprese la carriera di fotografa grazie all’incontro con Man Ray, che la assunse come sua assistente quando la giovane era ancora assolutamente inesperta e solo dopo scoprì il suo talento impressionante. «Mi avvicinai alla fotografia come un’anatra si avvicina all’acqua. Non ho mai voluto fare niente altro». Così ricorda la Abbott.
Un terzo esempio è quello di Dorothy Dandridge: affascinante attrice e cantante di colore, tra l’altro prima artista afroamericana a ricevere la candidatura per gli Oscar. Era il 1955, la pellicola in questione era il musical Carmen Jones e alla fine quell’anno il Premio alla Miglior attrice protagonista fu dato a Grace Kelly.

Tre esempi su venti che fanno intuire come il lavoro di ricostruzione di queste storie non sia immediato, poiché bisogna saper estrapolare «da una massa eterogenea di libri, articoli e interviste» la giusta dose di bellezza e di inferno, per così dire, da ciascuna delle figure analizzate. Il taglio giornalistico della De Stefano sicuramente evidenzia il fatto che non sono solo le venti donne americane ad essere avventurose, ma lo è anche il percorso che porta alla conoscenza di esse.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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By on dicembre 5th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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