Hannah Arendt non è un filosofo: il potere e la politica

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Hannah Arendt non è un filosofo: il potere e la politica

Adolf Eichmann al processo del 1961

Nasceva il 14 ottobre del 1906 ad Hannover Hannah Arendt, straordinaria donna e grande interprete della parabola novecentesca: spesso etichettata come “filosofo” per via del rapporto accademico col maestro Martin Heidegger, è lei stessa a non apprezzare questa categorizzazione e a spingerci a trascenderla, in modo da dirigerci senza preconcetti al cuore del suo pensiero.

Ebrea di nascita, si trova a vivere l’abominio delle due guerre mondiali e lo strazio della persecuzione antisemita: raffinata teorica ed indagatrice dei rapporti tra politica e potere, si dimostra uno spirito di raffinata sensibilità quando nel 1961 viene inviata a seguire le vicende del celebre processo ad Otto Adolf Eichmann, a Gerusalemme. Il risultato di questa esperienza accanto all’alto funzionario nazista diventerà, di lì a due anni, quella pietra miliare della riflessione contemporanea occidentale che riconosciamo col nome de La banalità del male, un maestoso contributo che in tutta la sua semplicità ha saputo dimostrare ai coevi dell’autrice e ai posteri quanto il male, in ciascuna sua esplicitazione, sia qualcosa di tremendamente semplice e per questo ancor più temibile.

Quella operata dalla Arendt è una vera e propria rivoluzione copernicana intorno al tema dell’abominio umano: il male cambia aspetto e si fa camaleontico, si aggira nei luoghi comuni, nelle disattenzioni sociali e più in generale in ogni abbassamento della guardia da parte del corpo civile. Non è più il male in sé a fare paura, bensì la sua essenza banale, comune, quotidiana e ripetitiva: come un’araba fenice il male rinasce sempre dalle proprie ceneri e si propaga.

Copertina dell’edizione italiana de La banalità del male

Ma la Arendt non è una pensatrice nichilista: c’è una cesura possibile, almeno in linea teorica, nei confronti di questa catena del dolore. Il male perpetrato da Eichmann, che aveva solo «obbedito a degli ordini», è lo specchio di un tempo che non si cura della responsabilità delle proprie azioni: ecco che dunque la via principe all’estirpazione non del male, ma quanto meno della sua banale normalità, risiede proprio nella creazione di civiltà più responsabili, maggiormente addentrate nella cognizione delle proprie scelte. Ricevere ordini, sotto l’apparenza rigida della gerarchia, è una scelta morale a pieno titolo: rispondere degli stessi diviene di conseguenza una responsabilità personale, un dovere interiore.

Non stupisce dunque che la Arendt sostenesse modelli democratici di tipo diretto, piuttosto che di stampo rappresentativo: più in generale possiamo affermare che l’allieva dell’autore di Essere e Tempo era animata da una malsopportazione di ogni tipo di distanziamento istituzionale tra corpo sociale e momento di scelta politica. Sentirsi in qualche modo profondamente caricati dell’onere della responsabilità è l’unica strada percorribile verso l’eliminazione del male: nessuna legge giuridica potrà esprimere la potenza di una norma morale collettiva.

Il discorso politico di Arendt in questi ultimi mesi di grande dibattito attorno alla legge elettorale italiana si mostra di grande interesse ed attualità, ma ancor più vivo è l’insegnamento secondo il quale solo lavorando sulla cultura partecipativa di un popolo si può ottenere qualche risultato in materia di progresso civile.

Hannah Arendt si spegne a New York 4 dicembre 1975.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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