“Pastorale americana” di Philip Roth: quando accade ciò che non deve accadere

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Seymour Levov ha capelli biondi ed occhi blu, tratti che gli conferiscono il tipico aspetto nordico e per questo è da tutti conosciuto come “lo svedese”. È lui il personaggio attorno a cui Philip Roth concentra Pastorale americana, romanzo uscito negli Stati Uniti nel 1997 – in Italia nel 1998 per Einaudi –, e che vinse nel 1998 il Premio Pulitzer per la narrativa.

Pastorale americana, copertina libro

Nella scuola superiore frequentata da Nathan Zuckerman, alter ego dell’autore utilizzato anche in altri suoi libri – tant’è che si parla di Trilogia di Zuckerman riferendosi a Pastorale americana, Ho sposato un comunista (1998) e La macchia umana (2000) –, lo svedese è considerato da tutti come un eroe, soprattutto grazie al fatto che eccelle in tre sport, baseball, basket e football, ed è ammirato in particolare dallo stesso Nathan, amico di Jerry Levov, fratello minore di Seymour.

Attorno a lui il narratore costruisce un mito di perfezione e fortuna, dovuta non solo alla sua gloria di gioventù, ma anche al fatto che parte come volontario per combattere nella Seconda Guerra Mondiale, per poi ereditare, una volta tornato, la fabbrica di guanti del padre e sposare la bellissima Dawn Dwyer, ex Miss New Jersey.

Dopo anni senza avere più notizie di lui, Nathan lo incontra prima casualmente davanti uno stadio e poi a cena, poiché Seymour voleva raccontargli della vita di suo padre, affinché Nathan, che è come Roth uno scrittore, potesse aiutarlo a scriverne le memorie. In queste due occasioni lo svedese parla con orgoglio dei suoi tre figli maschi, degni eredi sportivi del padre, e della sua seconda moglie, ma non accenna minimamente al suo primo matrimonio e alla figlia nata da questo, lasciando solo intuire l’esistenza di un dramma che l’ha travolto.

Philip Roth

Alla vita di quell’eroe liceale manca un pezzo e Pastorale americana ne è la narrazione, è il tentativo di Nathan Zuckerman di ricostruire una biografia immaginaria dello svedese dal primo matrimonio al 1974, partendo da quello che ha intuito quando l’ha incontrato di persona e da ciò che ha letto negli articoli di giornale che lo riguardano. Ma soprattutto alla base di questa ricostruzione c’è il racconto di Jerry Levov, che Nathan incontra al quarantacinquesimo ritrovo degli studenti della scuola superiore, occasione in cui viene a conoscenza della verità, ovvero di come la grandezza del suo eroe non sia bastata a evitargli il disastro familiare.

«In un modo assolutamente inverosimile, ciò che non avrebbe dovuto accadere era accaduto e ciò che avrebbe dovuto accadere non era accaduto», è questa la frase che racchiude alla perfezione il modo in cui pezzo dopo pezzo la famiglia dello svedese si sia disintegrata, nonostante i suoi sforzi, nonostante i tentativi per evitare il disastro e, una volta accaduto, di rimediare a quello che era successo, come se ogni cosa dipendesse esclusivamente da lui. Ma quello che Philip Roth cerca di raccontare attraverso questo romanzo è che spesso ciò che accade non dipende esclusivamente da noi e che si mette di mezzo la storia e il tempo a creare un divario incolmabile tra i padri e i figli.

Seymour Levov, cresciuto tra lo sport e il mito degli Stati Uniti, in cui combattere in guerra era un dovere verso la patria, non riesce a comprendere la figlia, che vive la sua adolescenza negli anni Sessanta, in cui le atrocità della guerra in Vietnam devono essere fermate e diventa un dovere morale partecipare agli scontri affinché vengano riconosciuti i diritti dei neri.

Eppure esiste un giorno in cui tutte le persone si trovano in uno stato di totale uguaglianza, in cui i problemi veri vengono lasciati in sospeso per lasciare spazio ad un momento di pace.

Ed era solo una volta l’anno che si trovavano tutti insieme, e per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato della festa del Ringraziamento, quando tutti mangiano le stesse cose e nessuno si allontana per andare a rimpinzarsi di nascosto di qualche cibo stravagante: né Kugel, né pesce gefilte, né insalata di rafano e lattuga romana, ma solo un tacchino colossale per duecentocinquanta milioni di persone; un tacchino colossale che le sazia tutte. Una moratoria sui cibi stravaganti e sulle curiose abitudini e sulle esclusività religiose, una moratoria sulla nostalgia trimillenaria degli ebrei, una moratoria su Cristo e la croce e la crocifissione per i cristiani, quando tutti, nel New Jersey come altrove, possono essere, quanto alla propria irrazionalità, più passivi che nel resto dell’anno. Una moratoria su ogni doglianza e su ogni risentimento, e non soltanto per i Dwyer e i Levov, ma per tutti coloro che, in America, diffidano uno dell’altro. È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.

Solo in questo giorno Seymour Levov può tornare ai giorni della sua vita pastorale, bucolica e perfetta, a prima che gli avvenimenti aleatori dell’esistenza mettessero fine alla sua grandezza.

Jennifer Carretta per MIfacciodiCultura

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