La tragedia per Hegel – Parte II: eroi, fato, coro

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La tragedia per Hegel – Parte II: eroi, fato, coro

È importante sottolineare che per Hegel il tragico non consiste in un conflitto fra uomini e dei, bensì in una scissione interna alla sostanza etica che è del tutto immanente ala condizione umana. Più ancora, al centro della vicenda tragica sono gli eroi ad assumere o incarnare in vario modo il destino che ne orienta le vicende, senza tuttavia confliggere con l’autonomia e la libertà del loro carattere e delle decisione in cui questo si esprime.

Garelli, Lo spirito in figura

Ci eravamo lasciati con una domanda fondamentale: cosa ne è dell’agire del personaggio se all’orizzonte vi è il fato? Beh, ciò che l’eroe fa si trova sempre sullo stretto crinale che separa il carattere, l’insieme degli aspetti psicologici ed emotivi (molto simile al daìmon socratico), da una strada già costruita e non modificabile, il destino. Questo crinale rivela che il sapere dell’eroe è solo una faccia della medaglia, l’altra della quale è il non sapere: egli cammina sempre in un futuro che lo precede ma che crede di costruire. Ma questa consapevolezza non emerge in lui bensì in un altro elemento della tragedia: il coro. Esso assiste attonito alle sferzate retoriche che si lanciano le potenze etiche, rivaleggiando ora per l’una ora per l’altra incapace di prendere posizione netta. Il coro infatti vede la verità che vi è in entrambi i punti di vista, cosa che i singoli eroi non possono fare, ma ignora, e sa di ignorare, la verità che verrà sempre alla fine della tragedia rimessa nelle mani dell’unico che può farsene carico: il fato. Vi è una rinuncia sconsolata di ciò che si fa e di ciò che ci accade che deriva dalla presa di coscienza dello spirito etico greco: non vi è una possibile soluzione per far coincidere la polarità. La tragedia, a differenza dell’epica che ne era inconsapevole, mostra attraverso lo sguardo del coro le contraddizioni e i limiti dello spirito greco e ne prende le distanze per poterlo rappresentare (diverso da presentare perché con quest’ultimo termine si esprime un argomento per concetti; come sta facendo Hegel nelle sue opere).

Il coro non può che provare per coloro che gli stanno innanzi e si ergono a difendere la legge umana (quella della famiglia e quindi non scritta) o la legge divina (quella della città, scritta) che compassione nella vera etimologia della parola (parola latina e non greca): cum patior: soffrire con. Gli eroi patiscono i rovesci della sorte che si abbatte su di loro ma anche il coro nel momento in cui si ritrova nei discorsi dei primi soffre della loro condizione perché si riconosce in essi. Ma, contemporaneamente alla compassione, prova anche la paura originata dalla sua impotenza che si risolve sia nell’impossibilità di modificare il destino degli eroi sia, attraverso il riconoscersi esso stesso come colui che soffre per la sorte, il proprio. Ma chi è il coro e cosa esso rappresenta? Beh esso non è che coloro che stanno guardando la tragedia mentre si compie: gli spettatori in quanto parte del genere umano. Questo nell’orizzonte greco ha forti ripercussioni perché è il primo tentativo di avvicinare la materia del palcoscenico al mondo di colui che vi partecipa come osservatore. Il cittadino greco che si reca a teatro deve iniziare a prendere coscienza di ciò perché quello che viene portato in scena nella tragedia è l’essenza del popolo greco. Le potenze etiche contrapposte non sono nient’altro che la conflittualità irrisolta della società nella quale l’ateniese o lo spartano, etc. si affaccia ogni giorno e la domanda sulla risoluzione di questa diatriba apre uno squarcio nello stesso tessuto della realtà come mai prima d’ora (i greci sono i primi che iniziano a prendere consapevolezza del proprio spirito). Se lo Spirito nell’epica aveva cominciato a riflettere su sé stesso, solo nella tragedia presagisce che l’argomento di indagine è sé stesso.

Bibliografia:

Garelli Gianluca, Lo spirito in figura, Urbino: il Mulino, 2010

Stefano Brusco per MIfacciodiCultura

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