Enrico Castellani

Geometrica, tesa, minimale: così era l’arte di Enrico Castellani

Venerdì 1° dicembre è morto a Roma Enrico Castellani, uno dei più grandi artisti del ‘900 italiano.

Nato il 4 agosto 1930 a Castelmassa, in provincia di Rovigo, Castellani mosso fin dalla giovane età dal sentimento artistico, lascia la propria terra natale per prima studiare in Belgio presso la École Nationale Superieure, dove si laurea nel ’56, poi per trasferirsi a Milano. Qui, in un clima culturale vivace, stringe amicizia con Piero Manzoni, col quale, insieme anche a Agostino Bonalumi, fonderà la rivista Azimuth e rivoluzionerà l’arte del secondo Novecento. Negli ultimi anni viveva a Celleno, in provincia di Viterbo.

Personali nazionali ed internazionali, collettive, Biennali (a quella di Venezia andrà quattro volte, nel 1964, nel ’66, nell’84 e nel 2003), opere battute all’asta per milioni (tre anni fa Superficie Bianca del ’67, stimata tra 1,6 e 2,4 milioni di dollari, è stata aggiudica a Londra da Sotheby’s per più di 6 milioni di dollari): l’arte di Enrico Castellani ha ricevuto moltissimi riconoscimenti ed apprezzamenti, la sua creatività ha segnato il XX secolo, tanto da venire definito dall’artista Donald Judd “il padre del minimalismo”, al quale egli stesso dichiarò apertamente di ispirarsi. Ma cos’aveva di così speciale, unico e sconvolgente l’arte di Castellani? Era un’arte in sottrazione. Se Manzoni con i suoi Achrome si sofferma sull’eliminazione del colore, l’artista rodigino si concentra a sua volta sull’eliminazione, sull’annullamento delle sovrastrutture dell’arte concentrandosi sullo spazio.

 Penso che sia illegittimo e pretenzioso voler deformare lo spazio in maniera definitiva e irreversibile, con la presunzione oltretutto di voler incidere nella realtà: si tratta nella migliore delle ipotesi di un’operazione inutile. Al massimo è lecito strutturarlo in modo da renderlo percettibile e sensorialmente fruibile; lo spazio in fondo ci interessa e ci preoccupa in quanto ci contiene

L’artista con un lavoro meticoloso, quasi ossessivo, modifica con i chiodi le superfici delle tele indagando su spazio e ritmo, su luce e percezione: ecco che prendono forma le sue estroflessioni che segnano il tempo e colpiscono le sensazioni umani fino alle emozioni.

Non c’è interpretazione, non c’è significato altro, non c’è sottotesto, non c’è sottinteso: le opere di Castellani esistono nel loro semplice esserci, presenti per essere contemplate da diversi punti di vista per goderne dei diversi effetti. Si scoprono nuovi ritmi, riflessi e percezioni e nella loro regolarità queste opere producono una reazione in ogni spettatore che potrebbe sentirsi sopraffatto dal ritmo frenetico di quei chiodi che ricordano le nostre vite così piene di appuntamenti ed ostacoli, oppure percepire la calma e la regolarità del monocromo e della struttura regolare, in un certo senso rassicurante e ripetitiva.

Con la morte di Enrico Castellani, muore anche un certo modo di fare arte e soprattutto di concepirla: lontano da finalità didattiche e sociali, da virtuosismi figurativi ed accostamenti cromatici arditi, l’opera d’arte voleva essere un esperimento tanto per l’artista che per lo spettatore, messo in relazione con qualcosa di nuovo che trasformava il supporto in protagonista.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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By on dicembre 4th, 2017 in Articoli Recenti, Carlotta Tosoni, L'Editoriale, Visual & Performing ARTs

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