Gae Aulenti e la ricerca dell’urbanesimo in architettura

Gae Aulenti. Si percepisce autorevolezza ed eco di una bellezza artistica soltanto a pronunciare il suo nome, anche se in verità Gae è il diminutivo d’arte di Gaetana. Gae Aulenti è colei che definiamo la signora architetto per eccellenza, colei che si è distinta con le sue creazioni innovative sia in Italia che all’estero.

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Piazzale Cadorna, Milano

Nata il 4 dicembre 1927 a Palazzolo della Stella, in provincia di Udine, da una famiglia di origini meridionali, ha sempre considerato Milano la città dove si sentiva a casa, la città delle grandi amicizie e delle grandi collaborazioni, come quella duratura e sincera con Gianni Agnelli. Qui frequentò la facoltà di Architettura del Politecnico e i lavori che ricordano il suo genio sono lo Spazio Oberdan, risalente al 1999, la Stazione Nord costruita nel 2000 e Piazzale Cadorna, progetto sempre sulla soglia del secolo scorso. Non casualmente, a Milano si trova Piazza Gae Aulenti, a lei dedicata, e inaugurata l’8 dicembre 2012, a poca distanza dalla morte dell’artista, avvenuta il 31 ottobre dello stesso anno. Tra l’altro, la piazza che ospita l’Unicredit Tower, svariati negozi all’ultima moda, la Red – Feltrinelli e le scintillanti fontane è stata nominata dal Landscape Institute World 2016 come una delle piazze più belle del mondo.

L’architetto-designer si distinse inizialmente per il suo stile Neoliberty con cui iniziò a ricostruire il capoluogo lombardo a partire dagli anni Cinquanta. Fautrice di questo movimento, sono rilevanti le progettazioni del Museo d’Orsay di Parigi e la lampada Pipistrello tipica dello showroom Olivetti, azienda italiana più famosa per la vendita di macchine da scrivere. Inoltre, Aulenti fece parte della redazione della rivista settoriale Casabella-Continuità, che le diede la possibilità di stare a fianco di personalità di spicco quali Rogers, Piano e Samonà.

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Museo d’Orsay, Parigi

Giusto per citare qualche collaborazione dell’artista, l’esposizione Italian: The New Domestic Landscape organizzata al MOMA di New York ebbe luogo nel 1972, mentre dal 1974 al 1979 prese parte al Comitato direttivo della rivista Lotus International, e dal 1976 al 1978 Luca Ronconi la volle con sé per il Laboratorio di Progettazione Teatrale. Continuando, dal 1995 al 1996 è stata presidente dell’Accademia di Belle Arti di Brera e nel 2005 ha fondato la Gae Aulenti Architetti Associati. Insomma, una carriera poliedrica la sua, densa di iniziative coinvolgenti in giro per il mondo. Perché l’Arte è diversa in ogni luogo, eppure è accomunata dagli stessi principi: in primis, secondo Gae Aulenti, non si possono ignorare le tracce urbane che costituiscono la base analitica dell’architettura, ma, insieme alla cosiddetta capacità sintetica della professione, vi è quella profetica, spiegata così da lei stessa:

Propria degli artisti, dei poeti, degli inventori. Se la tradizione di una cultura non è qualche cosa che si eredita passivamente, ma qualche cosa che si costruisce ogni giorno, questa terza capacità non può che essere una aspirazione. Una aspirazione a creare un effetto di continuità della cultura, a costruire le sue forme e le sue figure, con un contenuto personale e contemporaneo.

09-aulenti4Più che azzeccate le parole pronunciate dall’architetto sul profondo significato della sua professione, che tanto ha voluto difendere il senso della collettività, che oggi si sente molto meno. Perché costruire non è semplicemente costruire e nemmeno rendere un luogo privo di qualunque impurità. Nicolò Fabi in una sua canzone direbbe «costruire è potere e sapere rinunciare alla perfezione». Dunque, costruire è cogliere l’essenza di un luogo, sia nella sua antichità sia nella sua modernità, è studiare la Storia e la cultura di quello stesso luogo. E certamente, Gae Aulenti con tutta la sua maestria l’aveva capito più che bene.

Non si può fare la stessa cosa a San Francisco o a Parigi. Serve un lavoro analitico molto attento, prima di progettare: studiare la storia, la letteratura, la geografia, persino la poesia e la filosofia. Bisogna inventarsi le soluzioni volta per volta e i libri aiutano. Poi viene la sintesi, infine la parte profetica: la capacità di costruire cose che durino nel futuro. Se l’architettura si butta via, diventa un cumulo di macerie.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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By on dicembre 4th, 2017 in Articoli Recenti, Visual & Performing ARTs

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