Diari Immaginari – Antonia Pozzi, una poetessa “in riva alla vita”

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Diari Immaginari – Antonia Pozzi, una poetessa “in riva alla vita”

Questa rubrica tenterà di dare delle risposte al silenzio che la storia per tanto tempo ha gettato sulle muse, mogli, amanti di grandi personalità. Tuttavia, per prendere le distanze dalla “Storia dei Manuali”, cercheremo di far rivivere la “Storia delle donne” attraverso la voce delle protagoniste, immaginando e facendo nostra la loro vicenda umana. Ora, aprite il diario, e tra le righe dei pensieri entrate nell’animo di chi ha fatto la storia in silenzio. Oggi tocca a Antonia Pozzi.

2 dicembre 1938

Antonia Pozzi durante un’escursione

Sono come un velo d’acqua sospeso su di un masso in mezzo alla cascata, che aspetta di precipitare ancora e ancora.

Mi siedo accanto alla finestra. Tutto nella stanza è dorato: il ricco lampadario di cristallo, le cornici dei dipinti alle pareti, la sponda d’ottone del letto. Ma come sono meschini questi oggetti a confronto con ciò che vedo fuori. Ha iniziato a nevicare. È sorprendente la fragile bellezza dei fiocchi di neve, così delicati ma insieme capaci di dominare il paesaggio invernale. Così mi sento io, un fiocco danzante nella bufera, bellissimo nel suo volo, ma destinato a cadere a terra.

Sono attanagliata da una disperazione mortale che mi sovrasta e mi affoga.

Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite: le aspettative dei genitori, le grandi speranze per i figli di talento.  L’intelligenza è un grande peso, tante volte avrei voluto provare l’ebrezza della mediocrità. Ed invece sin dall’infanzia il controllo paterno ha cercato di trascinarmi con forza nell’universo delle convenzioni sociali, del pubblico riconoscimento, delle relazioni mondane.

Io, invece, sognavo una vita diversa, fatta solo di terra, di cielo e di vento. Negli spazi chiusi dei grandi saloni da ballo mi sento soffocare, nel clamore della città cerco il riparo di un albero. La Natura è per i credenti segno di Dio. Per me, è un monito alla mia finitezza. Alla Natura tendo con tutta la mia anima quando mi stendo nei prati intorno a Pasturo. Con le mani stringo i cespi d’erba: io sono come loro, sento sopra di me passare il vento, senza potermi tuttavia staccare dalla terra ed abbandonarmi a lui.

Mi sono illusa che il mio vento vitale fosse l’Amore. Che fosse ciò che di più naturale sia concesso ai mortali. Invece nulla è più umanamente innaturale di due corpi ben vestiti che si incontrano per un appuntamento. Anche l’Amore è ormai una convenzione con regole ben precise, e come ogni convenzione, è soggetto a dei limiti imposti dal contesto. Nel mio caso, è stata la mia origine il maggiore ostacolo, o meglio, la morale altoborghese che mai avrebbe accettato la relazione con un mio professore. Che importa se due anime si ritrovano a condividere gli stessi pensieri, la stessa forza intellettuale?

Nel mio Amore mi sono sentita Natura, fino a quando i rovi sono cresciuti dal mio cuore e mi hanno immobilizzata. Con la fine dell’Amore sono finite anche le mie speranze. Quando si ha un groviglio di spine al posto del cuore non si può accogliere la vita: l’anima è entrata sulla via del morire.

L’amore deluso ha allontanato da me anche la speranza della maternità. Spesso, mio figlio mai nato, ti ho immaginato dentro di me, con così tanta intensità ti ho sognato, da sentirti quasi muovere. Figlia soffocata, poetessa ammutolita, sposa rifiutata e madre potenziale, sono condannata a rimanere in riva alla vita. Arida, come la terra sotto la neve.

E nella neve voglio giacere, guardando il cielo. Consumata dalla mia disperazione mortale come un arbusto infiammato, tornerò alla terra e mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato.

Morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi.

Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938) è stata una poetessa italiana. Figlia di un importante avvocato milanese e della Contessa Lina Cavagna Sangiuliani, Antonia presto si distingue tra i giovani della “Milano bene” per la sua spiccata sensibilità. Compie gli studi liceali presso il Liceo Classico Manzoni di Milano: gli anni dell’adolescenza portano ad Antonia Pozzi la passione per la poesia e la prima esperienza dell’amore, nei confronti del suo docente di Latino e Greco Antonio Maria Cervi. Lungi dall’essere una suggestione adolescenziale, la storia con Antonio è travolgente e passionale. Tuttavia il docente trentatreenne , descritto da Antonia come “una gran fiamma dietro una grata di nervi, un’anima purissima anelante”, non appartiene socialmente al mondo della famiglia Pozzi. La loro storia d’amore viene osteggiata in ogni modo dal padre della ragazza, la cui invadenza arriva al punto di modificare le poesie di Antonia dedicate all’amato. Dopo il trasferimento di Maria Cervi a Roma, il rapporto continua per via epistolare, fino a interrompersi nel 1933. Nel frattempo, Antonia Pozzi si iscrive alla facoltà di Lettere della Statale, dove frequenta assiduamente le lezioni di filosofia di Antonio Banfi, entrando nella cerchia dei cosiddetti “banfiani”, tra cui spiccano Vittorio Sereni, Giulio Preti, Remo Cantoni, Alberto Mondadori, Enzo Paci e Luciano Anceschi. Tuttavia, la particolare sensibilità delle sue poesie non viene colta da a, che le consiglia di darsi al romanzo storico. Milanese “anomala”, Antonia preferisce passeggiate nei campi della pianura lombarda e pomeriggi a Pasturo ai salotti borghesi. Nella natura cerca ispirazione per le sue poesie e rifugio dalla depressione. E nella natura decide di morire, quel 2 dicembre del 1938, quando viene ritrovata agonizzante nei campi innevati presso l’abbazia di Chiaravalle, dopo aver ingerito un intero barattolo di barbiturici. Muore in ospedale il giorno seguente, mentre la famiglia diffonde la notizia falsa della sua morte per polmonite.  Date le circostanze del suicidio, profetica appare la sua meravigliosa poesia Guardami, sono nuda:

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto

languore della mia capigliatura

alla tensione snella del mio piede,

io sono tutta una magrezza acerba

inguainata in un color d’avorio.

Guarda: pallida è la carne mia.

Si direbbe che il sangue non vi scorra.

Rosso non ne traspare. Solo un languido

palpito azzurro sfuma in mezzo al petto.

Vedi come incavato ho il ventre. Incerta

è la curva dei fianchi, ma i ginocchi

e le caviglie e tutte le giunture,

ho scarne e salde come un puro sangue.

Oggi, m’inarco nuda, nel nitore

del bagno bianco e m’inarcherò nuda

domani sopra un letto, se qualcuno

mi prenderà. E un giorno nuda, sola,

stesa supina sotto troppa terra

starò, quando la morte avrà chiamato.

Palermo, 20 luglio 1929

[Nel testo sono presenti citazioni dagli scritti e dalle poesie di Antonia Pozzi]

Chiara Di Giambattista per MIfacciodiCultura

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