nave della follia

Altrove − La nave della follia e il suo naufragio tra arte, letteratura e realtà

Scultura di Jürgen Weber a Norimberga

Nel 1494 viene pubblicato Das Narrenschiff, poema allegorico in versi scritto da Sebastian Brant in tedesco alsaziano con incisioni attribuite al giovane Dürer. Il volumetto ebbe un successo immediato, anche grazie alla traduzione in latino con il titolo di Stultifera Navis. Il motivo della Nave della Follia diventerà l’allegoria letteraria ed artistica più ricorrente dell’Europa settentrionale e sarà tra le più importanti fonti di ispirazione per l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, il quale però non considererà la follia come una una pena inflitta al peccatore, in linea con una visione tipicamente medievale, ma come qualità positiva propedeutica alla pura saggezza. Stultifera Navis è inoltre il primo capitolo della Storia della follia nell’età classica di Michel Foucault.

La narrazione di Sebastian Brant (Strasburgo, 1458 – 1521) combina efficacemente l’intento didascalico alla satira nei confronti dei costumi dell’epoca. La Stultifera Navis ospita solo passeggeri folli, personificazioni dei peccati capitali, dell’immoralità e della stupidità: sono gli stessi folli – i rappresentanti della vita civile, religiosa e culturale, tutti indistintamente rapiti dalla cecità nei confronti della verità – a guidare l’imbarcazione verso il proprio, e a lungo desiderato, Paradiso. Tuttavia chi percorre la strada della follia non raggiunge Cuccagna, il paese della ricchezza e dell’abbondanza, bensì la sciagura e l’inevitabile naufragio. Sulla nave della follia premoderna non trionfano gli eroi del mito e della religione, ma la stoltezza e la morte.

Frontespizio del libro di Sebastian Brant tradotto in latino

Al di là delle finzioni letterarie, nella storia della nave della follia esiste un fondo di verità. L’orizzonte della creatività, tuttavia, oggi come ieri, ingloba la portata disumana e catastrofica degli eventi, così che le vicende di naufragi – programmatici o accidentali – vengono recepiti più vicini ad un’immaginazione apocalittica che non alla realtà. In altre parole, l’immersione cieca nella letteratura, nell’arte e nell’immaginario in senso lato, rischia di offuscare la comprensione del presente: le vicende delle navi della follia non sono poi tanto diverse dai naufragi di barconi carichi di disperazione di oggi. Il fatto che il primo a salpare sull’immaginaria Stultifera Navis di Brant sia il Pazzo dei libri, la cui follia consiste nell’alienarsi dal presente per seppellirsi tra volumi polverosi di cui non capisce una parola, è in questo senso uno spunto di riflessione.

Se a partire dall’Ottocento la follia verrà considerata come caso clinico da curare e non come sintomo morale, nel corso del Medioevo e nei secoli successivi il pazzo non sperava in una vita migliore, ma era destinato a un vagabondaggio senza meta da una città all’altra. La paura della lebbra, della peste e poi della sifilide, spinse alcune città, soprattutto nell’Europa centrale e settentrionale, ad organizzare spedizioni per far approdare Altrove gli indesiderati. I battelli raggiungevano perlopiù grandi mercati e luoghi di pellegrinaggio, ma non sempre con i viaggiatori a bordo. Spesso i naviganti si sbarazzavano del carico umano gettando i passeggeri in mare, oppure facendoli morire di stenti o abbandonandoli in luoghi non sicuri.

Hieronymus Bosch – La nave della follia (1500-1510 circa, Louvre)

Le spedizioni delle navi dei folli si configuravano come riti di emarginazione, giustificati da un intento carnevalesco e quindi propiziatorio. Michel Foucault considera questi viaggi senza meta e senza ritorno come celebrazione dell’esclusione, oltre che come necessità pratica di liberarsi di mendicanti, criminali e disperati per ristabilire l’ordine pubblico. Il filosofo francese considera il folle come «il passeggero per eccellenza, cioè il prigioniero del Passaggio»: il passaggio, il vagare senza meta, è un recinto a sé stante che impedisce al folle sia di essere inserito, sia di essere escluso dal mondo. Il diverso è l’apolide per eccellenza, rintanato nella prigione di confine tra terre, cieli e mari di cui non può essere cittadino. La nave della follia è un isolamento, ma anche una purificazione: attraverso essa la società sfoga le proprie paure, esorcizza le proprie incertezze e l’incapacità a rispondere all’angoscia esistenziale.

Nel dipinto La nave della follia (1500-1510 circa, Louvre) di Hieronymus Bosch, che insieme ad altre tavole disperse in vari musei formava un polittico, di cui rappresenta una parte dell’anta interna sinistra, la follia non indica ovviamente un fatto di competenza medica, ma di ordine morale.

In primo piano siedono sulla nave un francescano e una monaca, con le bocche spalancate, come se cantassero, mentre dall’alto pende una pagnotta che sta sospesa tra le loro teste. Tra le due figure, un’asse sporge dall’imbarcazione come un trampolino su cui si trovano un bicchiere e un piatto con delle ciliegie, simboli di lussuria; dietro alla coppia sono ritratti tre uomini dall’espressione inebetita, mentre a sinistra un uomo vestito di rosso e una donna con il capo velato sembrano amoreggiare. In alto a destra rispetto al gruppo principale compare la personificazione della follia, un buffone appollaiato su un ramo, isolato nel suo costume pallido e intento a sorseggiare da una ciotola. Sull’albero della Cuccagna un uomo si arrampica con un coltello per afferrare il pollo spennato, simbolo della gola. Due uomini nudi nuotano nell’acqua melmosa, naufraghi o aspiranti partecipanti al banchetto della follia.

Stultifera Navis, incisione attribuita a Dürer

Dissolutezza, depravazione e piaceri effimeri accecano il peccatore, incapace di allontanarsi dalle deliziose tentazioni di quel falso paradiso che è la vita terrena. Il piccolo folle (folle in modo sano) è l’unico ad avere la possibilità di guardare lontano, innalzandosi da quella nave che non è più rito carnevalesco, ma pura decadenza.

Cos’è allora la follia (la follia insana), intesa come elemento dell’immaginario medievale, se non l’uomo che cerca la terra promessa coi piedi saldamente piantati sulla riva?

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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By on dicembre 3rd, 2017 in Articoli Recenti, Visual & Performing ARTs

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