Maria Callas: l’intreccio di vita e arte, come in un melodramma

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Maria Callas: l’intreccio di vita e arte, come in un melodramma

Casta Diva che inargenti
Queste sacre antiche piante,
A noi volgi il bel sembiante
Senza nube e senza vel.

Tempra o Diva,
Tempra tu de’ cori ardenti,
Tempra ancor lo zelo audace,
Spargi in terra quella pace
Che regnar tu fai nel ciel

Maria Callas: l'intreccio di vita e arte, come in un melodrammaQuesti versi appartengono all’aria più famosa della Norma di Vincenzo Bellini, opera portata in trionfo da Maria Callas nei teatri di tutto il mondo dove incantò pubblico e critica con la sua voce unica per registro ed estensione e con una forza espressiva che le valse l’appellativo di DivinaCasta Diva è un’invocazione alla Luna che prelude al racconto della vita “spezzata” di Norma, sacerdotessa ma anche donna, madre segreta e amante tradita. La vita della Callas assomigliò un po’ a questo personaggio femminile, per quel sottile intreccio di amore, passione e dolore che la contrassegnò.

Maria come Norma. La vita della Callas come un melodramma. Potremmo partire da qui per raccontare chi era Maria Callas.

Nata come Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulou il 2 dicembre 1923 a New York, dove i genitori si erano trasferiti lasciando una Grecia troppo povera e indebolita dalla guerra, Maria Callas era la secondogenita di una famiglia borghese in cui crebbe tra arte, musica, studio del pianoforte e il sogno stridente di fare la dentista. Amò moltissimo il padre e soffrì la sua lontananza quando all’età di 14 anni dovette tornare in Grecia in seguito alla separazione dei genitori. Con la madre ebbe invece conflitti durissimi e mai risolti. Eppure, è alla madre che si deve l’inizio di quello che fu, molti anni dopo, il mito della Callas.

Per volontà della madre Maria prese lezioni di canto da Elvira De Hidalgo. Fu allieva di indubbio talento – «perfetta, docile, intelligente e lavoratrice» – e dopo soli sei mesi fu assunta presso l’allora Opera Nazionale Greca. Bastarono pochi anni a consacrare in patria Maria Callas come la regina del canto e della tradizione drammatica. E sarà lei, mentre la svastica sventolava sul Partenone, ad intonare per i tedeschi il Fidelio di Beethoven all’Opera di Atene.

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Con Aristotele Onassis

Ma a guerra finita, complici anche i rapporti sempre più turbolenti con la madre, con le tasche vuote e nel cuore solo la voglia di ricongiungersi al suo “babbino caro”, Maria si imbarca per gli Stati Uniti. A New York Maria Callas è una sconosciuta che si guadagna da vivere prestando servizio come baby-sitter in una famiglia che però il destino vuole sia in grande amicizia con il Direttore d’orchestra Arturo Toscanini. Sarà la svolta. Grazie a questo contatto, Maria viene scritturata per la parte da protagonista di Gioconda di Amilcare Ponchielli in scena a Verona il 2 agosto 1947. A Verona incontra Gianbattista Meneghini, suo pigmalione e presto futuro marito. È la rinascita.

Sotto la guida di Meneghini, Maria Callas, “quel fagotto di stracci venuto dall’America” (così la critica la definì), prende consapevolezza del valore della bellezza e dell’eleganza nell’arte, stravolge la sua immagine, si rinnova nello stile e nel portamento e si produce in una dieta che la trasformerà da quella “ragazzona in carne” (e anche un po’ goffa) in una “diva” – permalosa e viziata, come molti ebbero a dire, ma anche questo fece parte del suo mito. Il successo non mancò e fu accompagnato nel tempo dalla crescente rivalità con Renata Tebaldi, regina incontrastata della Scala di Milano, almeno fino a quando non le subentrò la Callas.

È il 1955 quando Maria Callas esordisce alla Scala con La Traviata di Giuseppe Verdi diretta da Luchino Visconti. Lo spettacolo si conclude con un tripudio fiori e applausi mescolato a fischi, pomodori e ogni altro genere di verdure che «si sarebbe potuto fare un magnifico minestrone». Da quell’imbarazzo la Callas uscì con flemmatica eleganza: raccolse sulla scena tutto quanto gli era stato lanciato, lo mostrò fiera al pubblico, quindi si prodigò in un inchino di ringraziamento guadagnandosi l’applauso scrosciante del teatro.

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Con Pasolini

Anche l’esordio al Teatro dell’Opera di Roma il 2 gennaio 1958, con il suo cavallo di battaglia – Norma di Vincenzo Bellini – fu piuttosto movimentato. Nel cambio scena la Callas non si presentò sul palco e lo spettacolo fu sospeso per “motivi tecnici“. I più maligni parleranno di una ripicca dell’artista per l’accoglienza non proprio calorosa che un gruppo di spettatori le aveva riservato al grido «Tornatene a Milano!». La Callas smentirà seccamente dicendo che quella sera non si sentiva bene ma, come per i fatti della Scala, insinuerà il dubbio di un gruppo di “disturbatori” pagati dalla Tebaldi. Dell’episodio si fece un gran parlare sui giornali e rotocalchi di tutto il mondo e si sfiorò financo l’incidente politico vista la presenza, quella sera, di illustri rappresentanti della politica e non solo.

Un anno dopo, nel 1959, la Callas incontra l’armatore greco Aristotele Onassis. È il colpo di fulmine.
La separazione con Meneghini lascia spazio a dieci anni di un amore intenso e tormentato con il magnate greco. Furono anni di sfarzo, di vita lussuosa e mondana, di passione irrefrenabile, ma anche di infingimenti, di bugie e di delusioni. Onassis le prometterà un matrimonio che non si celebrerà mai – preferendo a lei Jacqueline Kennedy -, e un figlio che non vedrà mai la luce.

Una sola verità resta incontrovertibile. Onassis fu l’unico uomo che Maria Callas amò veramente. E la fine di quell’amore segnò per lei l’inizio di una discesa rovinosa, sia artistica che umana.

«Ogni giorno per fortuna un giorno di meno». Non aveva più voglia di vivere Maria Callas. I suoi giorni erano una mescolanza cupa di malinconia, noia e insoddisfazione. Nemmeno l’arte, il teatro e la musica riuscirono a consolarla da quel mal di vivere che le abitava dentro. Nemmeno la storia d’amore che ebbe poi con il tenore Giuseppe Di Stefano e quella (impossibile) con Pier Paolo Pasolini che la chiamò a recitare sul set del film Medea.

callas-5La voglia di vivere di Maria Callas si spense definitivamente il 16 settembre 1977 a Parigi, quando fu trovata, esanime, riversa nel bagno di casa sua, dai domestici Bruna e Ferruccio – uniche figure a riempire la solitudine dei suoi ultimi anni di vita.

Morì sola e senza il conforto dell’amore, privilegio che invece era toccato a Norma, che tra le fiamme in cui si lasciò morire si ricongiunse per l’eternità all’uomo che aveva sempre amato.

Maria Callas se ne andò così, a soli 54 anni, nella timida luce di settembre di un mattino parigino qualunque. E suggellò con quest’ultimo atto il suo dramma esistenziale e il suo mito venuto fuori dal nulla, quasi per caso. Un mito che resiste al tempo più delle piramidi e rivive in tutta la sua bellezza e il suo incanto ogni volta che ascoltiamo la sua voce divina e ci emozioniamo un po’.

Antonella Fumarola per MIfacciodiCultura

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