Giornata mondiale contro l’AIDS: ecco perché serve ancora

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Giornata mondiale contro l’AIDS: ecco perché serve ancora

Il 1° dicembre ricorre la Giornata mondiale contro l’AIDS: questo appuntamento internazionale volto alla prevenzione della malattia nonché alla diffusione di informazioni corrette, ha avuto origine al summit mondiale dei ministri della sanità sui programmi per la prevenzione dell’AIDS del 1988 ed è stata in seguito adottata da governi, associazioni ed organizzazioni internazionali. All’epoca dell’istituzione di questa giornata così simbolica e significativa per gli ammalati, per i loro parenti e per la ricerca scientifica, la malattia era già nota da sette anni. Negli anni Cinquanta e Sessanta si erano già manifestati rari casi nell’Africa centrale, il focolaio dal quale partì la pandemia, che però non avevano destato particolare attenzione nelle comunità scientifiche internazionali; fu solo nel 1981 che il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie di Atlanta (USA) scoprì la malattia, alla quale inizialmente furono dati nomi come Gay-related immune deficiency o malattia 4H.

Fin da subito infatti la malattia, causata dal virus HIV derivato dal SIV (virus di immunodeficienza delle scimmie), venne relazionata a comunità di omosessuali, emofiliaci e/o eroinomani, in particolare, in questa fase, haitiani: da qui il nome malattia 4H (Homosexual, Hemophiliac, Haitian, Heroin). Solo nel luglio del 1982, quando si appurò che la malattia non era confinata a questi gruppi sociali si coniò il termine AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome), noto nei paesi francofoni, ispanofoni e lusofoni come SIDA. Ma l’etichetta posta inconsapevolmente agli albori della scoperta diventerà una macchia indelebile che anche dopo anni di lotte, prevenzione, ricerche e opere di sensibilizzazione fatica a cancellarsi.

Negli anni Ottanta la malattia fu oggetto di numerose controversie con gravi episodi di discriminazione sociale e razziale, in quanto la credenza comune voleva che l’origine della malattia risiedesse in omosessuali e tossicodipendenti. La componente mediatica della questione AIDS contribuì a propagandare sia un sentimento di vicinanza e collaborazione nei confronti degli infetti (con alcuni lodevoli tentativi di contro-disinformazione come il famoso bacio di Fernando Aiuti, medico fondatore dell’Anlaids – Associazione Nazionale per la lotta contro l’Aids, ad una donna sieropositiva per dimostrare l’impossibilità di contagio tramite saliva) sia idee false ed infondate sulla sindrome e sulla sua origine.

Fra la metà degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta anche il mondo dello spettacolo, in particolare quello statunitense, fu coinvolto nell’onda scatenata dall’AIDS. Molte furono i malati o i morti celebri: solo per ricordarne alcuni si può nominare Rock Hudson (divo dello spettacolo, repubblicano e amico personale di Ronald Reagan), Ryan White (caso emblematico di discriminazione: un ragazzo emofiliaco contagiato in seguito a una trasfusione di sangue infetto e per questo espulso dalla sua scuola), Keith Haring, Michel Foucault e infine, forse il caso più celebre, Freddie Mercury: straordinario cantante e frontman dei Queen morto il 24 novembre del 1991 dopo aver annunciato solo il giorno prima la sua condizione.

Il fatto che più colpisce, oltre alla gravità della pandemia fu l’incredibile disinformazione che accompagnò tutta la vicenda che appare ancora più dissonante se si pensa che il tutto è partito in tempi relativamente recenti, nell’ordine di grandezza di poche decine di anni. L’AIDS venne inscindibilmente legato a comportamenti considerati trasgressivi come promiscuità sessuale, omosessualità e consumo di droghe; mentre oggi è risaputo che il contagio è possibile per qualunque essere umano e che un eterosessuale ha le stesse probabilità di contagio di un omosessuale. Inoltre l’AIDS godette di questa “fama” mediatica solo nel momento in cui si propagò negli Stati Uniti, in Europa e in generale nell’emisfero sociale, culturale ed economico dell’Occidente.

Quasi totale disinteresse suscitarono invece le drammatiche condizioni di molti paesi africani, duramente colpiti dalla pandemia a causa anche di una scarsa informazione e sensibilizzazione in merito all’AIDS. La speranza di vita, l’economia e la qualità della vita di paesi come Botswana, Kenya, Zimbabwe, Uganda e Sud Africa subirono un drastico calo, alimentando la preesistente situazione di diffusa povertà e disagio sociale e politico, davanti all’assordante silenzio dell’Occidente intento a piangere le sue, seppur illustri, vittime.

In questa giornata occorre evidenziare che attualmente, nonostante la ricerca abbia fatto incredibili progressi e nonostante i decessi siano diminuiti, l’AIDS è una malattia esistente, diffusa e letale. Infatti la medicina è riuscita ad escogitare nuove terapie, purtroppo molto spesso dispendiose, per frenare e rallentare l’avanzata del virus. Le statistiche mostrano un contrasto fra i decessi, moderatamente in calo e i contagi, sempre stabili o talora in aumento.

Nel 2009, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che vi siano 33,4 milioni di persone nel mondo che vivono con l’HIV/AIDS, con 2,7 milioni di nuove infezioni HIV all’anno e 2,0 milioni di decessi annuali a causa di AIDS. Secondo il rapporto UNAIDS 2009, in tutto il mondo vi sono state circa 60 milioni di persone contagiate sin dall’inizio della pandemia, con circa 25 milioni di morti e 14 milioni di bambini orfani nel Sudafrica.

L’AIDS non è ancora stata sconfitta. In mancanza di una cura o un vaccino definitivo la prevenzione e gli investimenti nella ricerca scientifica rappresentano l’obbiettivo chiave per continuare la lotta.

Francesco Carucci per MIfacciodiCultura

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