In memoria di Alessandro Leogrande: lo scrittore sempre vicino agli ultimi

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In memoria di Alessandro Leogrande: lo scrittore sempre vicino agli ultimi

Alessandro LeograndeAveva solo quarant’anni Alessandro Leogrande. Grande intellettuale della nostra generazione, tarantino di nascita e romano di adozione, è scomparso all’improvviso a Roma il 26 novembre. Una mente che funzionava straordinariamente bene e che era stata in grado di piegare, nel modo più brillante, la scrittura a temi “scottanti”, trattari in una chiave non retorica né didascalica.

Sono rimasto a lungo a osservare lo scheletro vuoto della scuola. Non è rimasta una sola porta, un solo vetro alle finestre, una sola tazza del cesso, una sola sedia, una sola lavagna, un solo infisso. Perfino i mattoni e il ferro sono stati famelicamente strappati.

Per Alessandro Leogrande l’attualità non era una pellicola da sfiorare appena, ma la sostanza stessa della realtà sociale, il nucleo del nostro tempo da interrogare e indagare senza sosta. La letteratura per lui non è mai stata una forma di ripiegamento narcisistico e in fondo cinico, ma la via più efficace di impegno, di comprensione, di trasformazione della realtà. Del resto, i suoi modelli – Antonio GramsciAlbert CamusCarlo Levi Pier Paolo Pasolini – indicavano perfettamente l’orizzonte solido su cui si muoveva il suo ingegno: uno sguardo sempre lucido ed attento, capace di collegare punti e dimensioni della storia anche molto distanti tra loro. Un intellettuale finissimo, insomma, di quelli che guardano la realtà – soprattutto quella sociale – e sono capaci di raccontarci come funziona, cosa nasconde e cosa rivela.

Alessandro Leogrande
Alessandro Leogrande

Era nato a Taranto quarant’anni fa. Si era formato nell’ambiente cattolico, era stato scout da giovanissimo, poi impegnato nella Caritas della città dei due mari e, successivamente, in Albania. Si era trasferito a Roma dove aveva iniziato a collaborare allo Straniero di Goffredo Fofi, prima come redattore poi come caporedattore ed infine come vicedirettore. Sulle pagine di quella rivista, che cercava sempre di fare il contropelo alle convinzioni dominanti andando a scavare nelle cose, nei fenomeni e nei fatti sociali, ha scritto articoli illuminanti che poi sono diventati libri. Ha parlato a lungo della sua città – avvolta nei fumi del grande impianto siderurgico prima di stato poi privatizzato, micidiale per la salute, l’Ilva – e dei fumi di una politica populista degli anni di Giancarlo Cito. Ha reso, tra i primi, nazionale il caso di una città «singolare laboratorio urbano, stretto tra le ciminiere dell’Ilva e il mare che si apre davanti ai suoi palazzi, emblema dello sviluppo novecentesco e del suo rifluire verso una crisi profonda», come scriveva in Fumo sulla città, pubblicato da Fandango nel 2013, dove raccolse pensieri, osservazioni, dati e dialoghi accumulati negli anni. Nella sua figura così schiva e nel suo tono così mite si sentiva con sorpresa a tratti rivivere – molto più che in tanti imitatori, del tutto innamorati invece dell’ossessione contemporanea per la presenza e infettati dal conformismo – proprio il fuoco interiore di Pasolini, quella capacità innata di far convivere benissimo passione e ideologia, emozione e pensiero. Questa acutezza del pensiero si accompagnava a una grande generosità alimentata dalla curiosità e dal desiderio di scambiare idee, di esplorare nuovi territori, di scoprire nuovi e sguardi.

Alessandro LeograndeI titoli dei suoi libri rendono chiaro il suo impegno, anche sociale: Leogrande ha pubblicato, con L’Ancora del Mediterraneo, Un mare nascostoLe male vite. Storie di contrabbando e di multinazionaliNel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra. Per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, col quale ha vinto Premio Napoli-Libro dell’anno, il Premio Sandro Onofri, il Premio Omegna e il Premio Biblioteche di Roma. Per Feltrinelli è uscito Il naufragio. Morte nel Mediterraneo con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi, e il suo ultimo libro, La frontiera, con il quale ha vinto il Premio Pozzale Luigi Russo.

Che fare, dunque? Oltre a piangere la perdita prematura di uno scrittore scomparso ad appena quarant’anni, a leggere e studiare le sue opere, forse bisogna provare in ogni modo a sviluppare e realizzare – anche per resistere a un tempo crudele che sembra deciso a divorare i suoi figli – la visione ambiziosa che ci lascia in eredità. Non solo per l’identità culturale della Puglia, ma dell’Italia e dell’Occidente. Mancherà questo giovane intellettuale sempre desideroso di dialogare. Mancherà a questo paese che di sguardi acuminati e appassionati, guidati da un’etica profonda, ha bisogno come il pane.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

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