“Edipo Re”: e se Edipo fosse senza complesso?

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Edipo Re: e se Edipo fosse senza complesso?

Edipo e Sfinge

L’Edipo Re di Sofocle è una delle tragedie greche in assoluto più celebri, che rientra a pieno titolo nella schiera dei capolavori senza tempo. Persino Aristotele, nel suo testo Poetica, la prendeva come esempio di tragedia complessa meglio riuscita. Innumerevoli sono le reinterpretazioni dell’opera sofoclea, a partire dalla versione senechiana, di poco postuma all’originale greca ma più torbida e violenta.

Saltiamo poi al 1600 con la pièce di Retrou e quella di Corneille, rivisitazioni adattate all’estetica moderna, con sotto-trame e intrighi amorosi aggiuntivi, necessari per accattivare il pubblico dell’epoca. Appartenente al XVII secolo è anche L’Oedipus scritto a quattro mani da Dryden e Lee (unica versione inglese conosciuta) che, attraverso la vicenda dell’eroe tebano, pure in questo caso con le dovute aggiunte e modifiche, analizza il complesso rapporto tra uomo e natura, mettendo in luce la cecità del primo rispetto ai meccanismi della seconda. E ancora, l’Œdipe di Voltaire, ricco di nuovi personaggi e ampliato nella trama, sino ad arrivare ai nostri giorni, dove ancora il mito di Edipo trova spazio in svariate riscritture spesso riuscitissime, come quella del regista Antonio Calenda, che affida l’interpretazione di tutti i personaggi ad un eccezionale Branciaroli. La scena si apre con Edipo sdraiato sul lettino dello psicoanalista, pronto a far emergere i traumi del parricidio e dell’incesto, sommersi nel suo inconscio.

Max Ernst, Il mito di Edipo

L’associazione psicoanalisi-Edipo Re scelta da Calenda, non ci stupisce affatto: ormai è universalmente noto lo studio proposto da Freud agli inizi del ‘900, atto a scandagliare l’inconscio dei suoi pazienti per trovare l’origine delle nevrosi che si manifestano in età adulta. Il procedimento psicoanalitico inaugurato da Freud si muove nel mondo del sommerso, risalendo sino all’infanzia: è in questo periodo della vita di ognuno che si radicano quei traumi che portano poi allo sviluppo di un’eventuale patologia nevrotica in età più matura. Primo fra questi traumi è quello che lo psicoanalista viennese chiama il complesso di Edipo: il bambino, una volta superate la fase orale e quella anale, rivolge le sue attenzioni sessuali ad “un oggetto fuori di sé”, ovvero la madre. L’amore nei confronti quest’ultima genera nel bambino ostilità verso il padre, visto come un ostacolo al possesso della donna. Freud trova conferma dell’universalità di questa dinamica proprio nel mito di Edipo: l’eroe sofocleo fa nel concreto ciò che ogni uomo ha desiderato nel suo inconscio, cioè uccidere il padre e giacere con la propria madre. La chiave del successo senza tempo dell’Edipo Re starebbe proprio nel fatto che mette in scena i desideri reconditi di ognuno.

Ma siamo davvero sicuri che il leit motiv dell’opera di Sofocle fosse proprio questo? E poi, possiamo affermare con certezza che ancora nel ventunesimo secolo questa tragedia ci scuote perché ci mette faccia a faccia con il nostro Io più nascosto? Jean-Pierre Vernant si è posto queste domande e nel testo Edipo senza complesso cerca di trovarvi risposta: in ultima analisi, non si riescono a trovare le prove del fatto che Edipo, uccidendo il padre e sposando la madre, abbia risposto ai suoi istinti più profondi. Edipo non ha il complesso di Edipo. L’eroe di Sofocle (convinto di essere figlio di Merope e Polibio) se ne va da Corinto per evitare di compiere queste brutalità. A metterlo in condizione di sbagliare è stato l’oracolo di Delfi, che, proprio in quanto oracolo, è sibillino e porta l’uomo a commettere l’errore. Questo è vero il cuore della tragedia: l’impossibilità dell’essere umano di autodeterminarsi e di scegliere per se stesso. L’intereptazione – falsata, secondo Vernant – di Freud deriva dall’applicare alla tragedia l’universo interiore e onirico dei suoi pazienti pretendo di individuare delle connessioni, senza curarsi del fatto che si sta parlando di spazi e tempi lontanissimi fra loro.

L’Edipo di Pasolini

L’approccio di Vernant è di tipo storico: l’opera non può essere considerata come avulsa dal contesto che ne ha visto la nascita. Al contrario, essa è figlia del tempo e del luogo che l’ha generata. Stiamo parlando dell’Atene del V secolo a. C., momento del tutto particolare per la città. La polis sta maturando un nuovo tipo di governo, ovvero la democrazia, che porta importanti cambiamenti nell’assetto sociale: sta prendendo forma una diritto meglio strutturato, si stanno mettendo in discussione le tradizioni e l’uomo sta acquisendo maggiore consapevolezza di se stesso e delle proprie facoltà. Ed è questo che Sofocle rappresenta: la tragedia dell’uomo che cerca di plasmare il proprio destino con la sua volontà ma che si trova a combattere contro forze divine, oscure e potenti. L’ambito della tragedia è proprio quello del confine tra umano e divino. L’uomo sofocleo vorrebbe essere autosufficiente, si spende per la propria esistenza, ma si scontra inesorabilmente con un fato che gli è avverso e contro il quale è destinato a perdere. Quella di Edipo è la tragedia della finalità, che è il dramma anche di ogni uomo moderno.

Francesca De Fanis per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Beppe dice

    Erich Fromm ne diede una lettura simile , collegando le tre opere dell’Edipo alla lotta contro la società patriacale , ovvero contro una società – Beppe

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