Alberto Moravia e la Settima Arte: il cinema nel cuore dell’artista

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Intellettuale, voce di un secolo, molto più che un semplice scrittore: stiamo parlando di Alberto Moravia, romanziere, giornalista, saggista, critico e drammaturgo. Nato (il 28 novembre 1907) e cresciuto nella Capitale, morì a Roma il 26 settembre 1990 dopo una vita fatta di viaggi, consensi e un’attività prolifica di chi non ha mai smesso di avere qualcosa da dire.

Alberto Moravia (Roma, 28 novembre 1907 – Roma, 26 settembre 1990)

Decadenza morale, tramonto della borghesia e crisi esistenziale: questi i temi centrali in tutta l’opera di Moravia e non solo. Questo stato di insofferenza, che non acquisisce mai davvero i toni aspri dell’invettiva sociale ma che si esprime nella noia e nelle vicissitudini dei borghesi, resterà sempre nell’aria di ogni suo scritto, letterario e giornalistico. Del Moravia giornalista si parla poco: il suo contributo è stato immenso, dai suoi report di viaggio alla sua attività di critico cinematografico. Ed è proprio la sua connessione con il cinema che vale la pena approfondire.

Moravia iniziò a occuparsi di critica prima in radio, poi nel 1957 cominciò la sua collaborazione con L’Espresso. Gli articoli collezionati nella famosa rubrica vennero inseriti nella raccolta Moravia al cinema (1975). Non solo recensioni, ma anche interviste e riflessioni sul panorama italiano. Un’attività parallela a quella dello scrittore durata incredibilmente tutta la vita. Moravia non ha mai acquisito una vera e propria formazione nel campo, la sua attività nasceva dalla semplice passione per il cinema. Nel 1972, alla domanda «Perché ha scelto di essere critico cinematografico?» Moravia rispose:

Ho scelto di fare il critico cinematografico perché credo che all’infuori dell’attività chiamata normalmente creativa (narrativa, poesia, saggistica) soltanto la critica convenga ad uno scrittore e in secondo luogo perché sono un appassionato dell’arte cinematografica, cioè qualcuno che spesso e volentieri va al cinema e si interessa molto dei problemi specifici del cinema. Inoltre considero la rubrica come un mezzo per parlare ai lettori e non soltanto di cinema.

Le incursioni di Alberto Moravia in oltre mezzo secolo di storia cinematografica (tra Visconti, Fellini, Antonioni, Pasolini, Moretti e tanti altri) non erano quelle proprie di uno specializzato nel settore, eppure egli spiccava tra i suoi colleghi poiché colmava le sue lacune specifiche del campo con riflessioni sull’ambiente del cinema, sulla società e altro. Moravia inoltre si lasciava andare spesso a toni polemici nei confronti di film che non avevano nulla da dire, un lusso che i critici di oggi non possono permettersi, frenati forse dal responso del commentatore impulsivo sui social. Un esempio? Goffredo Fofi, in questi giorni tallonato sul web per un giudizio fortemente negativo di Dunkirk di Christopher Nolan (che l’autore ha demolito sul piano sia stilistico che emotivo), regista molto amato dal pubblico. Probabilmente oggi Moravia sarebbe criticato per aver bocciato l’ennesimo film fatto da o con uno youtuber: sarebbe stato accusato di non essere al passo con i tempi o di snobismo. Sicuramente sarebbe stato un ammiratore di Paolo Sorrentino, Paolo Virzì o Roberto Andò, e chissà delle serie tv cosa avrebbe detto.

Ma tornando alle sue critiche passate: soprattutto vivo e presente era il confronto tra cinema e letteratura, una questione in quegli anni al centro dei dibattiti linguistici e semiotici. Per Moravia cinema e letteratura erano entrambi mezzi non solo per raccontare storie, ma anche una scatola da cui estrapolare il ritratto della società del tempo. Ed è per questo che egli si dedicò anche alla sceneggiatura: da Ossessione (1943) di Luchino Visconti a La donna del fiume (soggetto del 1953 scritto con Flaiano, Pasolini e Bassani). Film che hanno molto in comune con la sua poetica: dai temi trattati quali i problemi sociali e il tramonto della borghesia alla sensibilità tormentata dei personaggi.

Scena de La Ciociara

I suoi romanzi inoltre si prestano molto bene all’adattamento cinematografico: le sue storie sono diventati soggetti diretti dai registi più noti ed interpretati da attori come Totò, Sophia Loren, Jean Paul Belmondo, Anna Magnani, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale e tanti altri. Tra i migliori film tratti dai suoi romanzi vanno ricordati: Il conformista, diretto da un Bernando Bertolucci  ispirato dall’erotismo, dal disprezzo, dalla noia, dall’indifferenza – temi più attuali che mai – e, ovviamente, La Ciociara. Film del 1960 diretto da Vittorio De Sica, consacrò Sophia Loren a stella del cinema: il film le valse numerosi premi tra cui il Premio Oscar. Il dolore della guerra vista dagli occhi di una contadina è diventato il ritratto iconico di un pezzo di storia italiana.

Alberto Moravia non era un regista, non era uno studioso del cinema, eppure, grazie al suo modo di scavare la realtà e di sviscerarla mettendo a nudo i sentimenti e i desideri più barbari della natura umana, ha inconsapevolmente aperto la strada a numerosi artisti (come Bertolucci e Pasolini), i quali non hanno avuto paura di esprimere il loro mondo interiore attraverso dipinti grotteschi e scomodi del quotidiano. Moravia non è solo uno scrittore, Moravia è un modus vivendi del cinema.

Carmen Palma per MIfacciodiCultura

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