La tragedia per Hegel – Parte I: confronto tra tragedia e epica

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La tragedia per Hegel – Parte I: confronto tra tragedia e epica

vaso con Edipo e la sfinge

Nello scorso articolo si è solo introdotto il significato che per Hegel ha la tragedia presso i greci e il rapporto che essa intrattiene col suo pensiero filosofico: è giunto quindi il momento di approfondire questo momento cruciale all’interno della storia della grecità. Nella Fenomenologia dello spirito la tragedia rappresenta il passaggio, nella graduale e sempre maggiore presa di consapevolezza dello spirito, da l’epos omerico alla commedia. Questi tre momenti rappresentano in maniera differente lo spirito etico greco inteso come rapporto non correttamente mediato tra universale e individuale in tutte le sue forme. Nell’Iliade e nell’Odissea vengono mostrati da una parte gli dei e il fato (che Hegel considera universali) e dall’altra parte gli uomini (considerati individuali). Il punto medio tra loro sono gli eroi in quanto da una parte sono uomini ma dall’altra sono rappresentati in quanto rappresentano dei tipi umani e non il singolo uomo. Questa differenza degli eroi rispetto agli uomini sta nel fatto che il loro fare e agire non è portato in loro a consapevolezza proprio come lo stesso epos omerico non porta a piena consapevolezza lo spirito greco a sé stesso (in questo sta la differenza tra “rappresentato” e “presentato”, cioè assunto a concetto, come sottolinea Garelli ne Lo spirito in figura). Avviene così ad esempio nell’Iliade che Achille, infuriato con Agamennone che gli ha sottratto la schiava Briseide, nel momento in cui si sta per avventare sul capo spedizione per riparare il torto subito col sangue versato viene trattenuto per i capelli da Atena che ha a cuore il buon esito dell’esercito greco. Ora, come dobbiamo interpretare questa apparizione divina che come un deus ex machina risolve magicamente la situazione critica? Davvero Atena giunge sulla terra per fermare Achille o essa è proiezione del buon senno dell’eroe che mette a tacere l'”ira funesta”? L’agire quindi è esterno ad Achille o a lui interno? Una risposta precisa non c’è per Hegel e in questo sta proprio il carattere inconsapevole dell’eroe in Omero e anche dell’opera stessa in rapporto allo spirito greco. Da questo punto gli interrogati si moltiplicano. Qual’è infatti il rapporto tra dei ed eroi? E cosa ne è degli dei immortali se si occupano di inezie temporali? Come infatti dice perfettamente Hegel:

La loro relazione con altri dei, che nel suo carattere d’opposizione è un conflitto con essi, costituisce però una comica dimenticanza per cui la loro natura eterna si scorda di sé.

Ingres, Edipo e la sfinge

E in questo smemoramento essi possono utilizzare per sconvolgersi reciprocamente a ferro e fuoco gli uomini e gli eroi entrando nel rapporto ambivalente di forzatori e di forzati al medium umano, non potendo contraporsi dal loro cielo che sul piano terrestre. Emerge quindi qui che gli dei rappresentano si l’universale ma in una maniera anch’essa inconsapevole e mista all’individuale nel momento in cui si tratta di tante divinità ognuna con le proprie caratteristiche. Il puro universale è l’entità a cui anche gli dei sono soggetti: il fato. Questo e il rapporto che intrattiene con gli eroi è cruciale per il passaggio alla tragedia che attua un vero e proprio spopolamento degli dei. Questi ultimi diventano fuggevoli apparizioni comportando il cambiamento dello spessore dell’eroe che da inconsapevole perviene a consapevolezza, che si traduce nella scena (dalla parola scritta a quella recitata) nel raccontare da sé la propria storia. Non vi è più un narratore esterno ma i lettori diventati spettatori apprendono la vicenda da attori con maschere che vestono i panni di eroi parlanti in prima persona. I nuovi personaggi rappresentano lo spirito etico greco ma solo in parte; sono cioè delle potenze etiche. Le loro caratteristiche inamovibili sono due: immediatezza e unilateralità. Il primo connotato rende chiaro che la parte di verità vista dal personaggio non sta nel volere di quest’ultimo (se infatti potesse vedere entrambe le parti, cioè tutta la verità, non ne sceglierebbe una a scapito dell’altra) e cambia a seconda del sesso dell’eroe: l’immediatezza emerge in tutta la sua prepotenza dai ruoli differenti nella società greca tra uomo e donna ed è qui che si origina. Esistono infatti due leggi: quella scritta della città e quella non scritta della famiglia. La prima esige che i giovani vadano in guerra per il benessere della città stessa mentre la seconda, che mette al centro la famiglia, si oppone ad essa e finisce con l’unico potere di seppellire i morti, evento di vitale importanza per rinsaldare il vincolo sanguigno. Da una parte gli uomini dall’altra le donne, a seconda dei compiti a loro attribuiti dalla società (esempio flagrante di ciò è l’Antigone di Sofocle). Il secondo connotato porta in sé la polarità del sapere e del non sapere che negli eroi coincide: gli eroi sanno una parte della verità e credono che quella sia tutto. Proprio questa pretesa di sapere li porterà alla rovina facendo assurgere la messa in scena al grado di tragedia. Un caso particolare è l’Edipo re che, secondo me, rappresenta in maniera migliore questo  concetto. A Edipo è stato dato un responso divino dalla pizia, una profezia sul suo futuro. Ebbene questa profezia nel momento in cui svela ciò che accadrà immediatamente lo nasconde proprio a colui al quale doveva servire. Il responso è sibillino, non chiaro, e quindi facilmente fraintendibile. Questo è il tema del rapporto tra eroe e destino, la serie di eventi dalla quale non si può fuggire. La riflessione tragica sta proprio qui: cosa ne è dell’agire del personaggio se all’orizzonte vi è il fato?

Bibliografia:

– Hegel G. W. F., La fenomenologia dello spirito, Torino: Einaudi, 2008

– Garelli Gianluca, Lo spirito in figura, Urbino: il Mulino, 2010

Stefano Brusco per MIfacciodiCultura

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