“Dalle Avanguardie alla Perestrojka”: il MISP di San Pietroburgo porta un pezzo di Russia a Napoli

0 983

Dalle Avanguardie alla Perestrojka: il MISP di San Pietroburgo porta un pezzo di Russia a Napoli

Se San Pietroburgo doveva essere il «gran finestrone per cui la Russia guarda in Europa» (secondo la nota metafora di Francesco Algarotti) allora, fino al 10 dicembre, il Museo del Novecento a Napoli situato a Castel Sant’Elmo ospita lo spioncino sull’evoluzione culturale della Russia, dagli albori del XX secolo fino alla Perestrojka nella mostra dal titolo Dalle Avanguardie alla Perestrojka.

Dalle Avanguardie alla Perestrojka

Le opere provengono dalla Collezione del MISP, il Museo dell’arte di San Pietroburgo (Музей Искусства Санкт-Петербуpга) e a promuovere la mostra sono stati sia la città di San Pietroburgo che il Consolato Onorario della Federazione Russa di Napoli. Essa è inoltre realizzata con il Polo museale della Campania ed è a cura di Anna Maria Romano e Marina Jigarhanjan con il coordinamento di Afrodite Oikonomidou, e con la collaborazione dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” che, per l’occasione, ha messo a disposizione alcuni dei più dotati tra i suoi studenti. E non è un caso che la mostra si svolga proprio quest’anno e proprio a Napoli: oltre al centenario della Rivoluzione Russa, infatti, il 2017 segna anche i 240 anni dalla stipulazione dei primi rapporti diplomatici tra Caterina la Grande e Ferdinando di Borbone.

Il breve ma intenso percorso espositivo di Dalle Avanguardie alla Perestrojka, inaugurato lo scorso 3 novembre, si prefigge di guidare l’osservatore nel groviglio di tendenze e stili che caratterizzano il ‘900 russo, un periodo di fermenti reazionari ed intemperanze artistiche che oltre a vedere una grande partecipazione femminile in campo pittorico (i dipinti di Evgenija Antipova sono ancora oggi tra i più apprezzati), dà vita ad una reinterpretazione del rapporto uomo-macchina in seguito all’urto con l’industrializzazione; un periodo, quindi, particolarmente prolifico generato dal rifiuto di tutte le istanze precedenti considerate obsolete ed insoddisfacenti.

Ma bisogna ricordare che a venire rifiutati furono anche il vecchio regime zarista e le sue politiche indifferenti verso il popolo: è il periodo del lento affermarsi della Rivoluzione, faro di speranza per un “nuovo mondo”. Ecco il segno nel quale operano questi nuovi artisti: eliminare tutto ciò che era stato fatto precedentemente per ricreare l’arte ex novo. Quello di cui non si resero conto però era che essi sarebbero in realtà stati testimoni inconsapevoli di una gloriosa distruzione.

A fare da filo rosso e tenere unita la grande varietà di opere che scorrono davanti agli occhi c’è San Pietroburgo, l’imponente Venezia del Nord, innalzata dal nulla nel 1703. La città nordica fu, infatti, uno dei principali poli di irradiazione sia delle idee rivoluzionarie che del Modernismo – questo l’umbrella term per raccogliere la miriade di tendenze che sorsero in quella frenesia di dissonanze agli inizi del XX secolo.

A Castel Sant’Elmo potrete trovare esempi dal Circolo di Leningrado (Circolo degli Artisti), gruppo dal quale proviene un forbito numero di opere riscoperte solo di recente e che operò tra gli anni ’20 e ’40. Questi artisti sono portavoce dei fermenti ideologici del tempo, aspirano ad un’arte come testimonianza del cambiamento epocale in atto. Ecco allora una sequela di tele dai soggetti prevalentemente infantili immersi in paesaggi bucolici idealizzati che esaltano l’attività sportiva, uno stile di vita sano e il progresso scientifico e industriale (Timošenko, Grinberg) cui la Russia, come l’Italia, era pervenuta con netto ritardo rispetto al resto dell’Europa.

Con la morte di Lenin nel 1924 e la presa del potere di Stalin, si degenerò nell’appiattimento culturale del Realismo Socialista degli anni ’30: ogni espressione artistica doveva seguire un preciso disegno politico ed ideologico preconfezionato in cui l’artista era ridotto ad un mero esecutore, qualunque trasgressore sarebbe stata punita. Questo letto di Procuste non lasciava spazio alla creatività ed ecco, quindi, che davanti ai nostri occhi si dipanano rappresentazioni di flemmatiche scenette familiari, disegni multietnici, lavoratori e operai ritratti alla stregua di eroi.

Le principali influenze che intersecano il secolo, comunque, spaziano dal fauvismo al cubismo (Picasso fu a lungo un punto di riferimento) dal primitivismo russo (vietato dal regime), passando per il Suprematismo di Kazimir Malevič, senza dimenticare l’impressionismo – di stampo occidentale – evidente in Piazza Isaakievskaja di Georgij Teternikov, dove è quasi possibile udire lo scroscio della pioggia. Nonostante il processo di livellamento, la Russia continuava a sfornare poeti, pittori e artisti all’avanguardia, isolati testimoni di un’epoca crudele. È il caso del “Gruppo degli 11”, un gruppo di undici artisti che, muovendosi all’interno delle barricate imposte dal regime, riesce a saggiare le possibilità offerte dall’uso del colore, creando forti contrasti tra l’immobilità delle scene rappresentate e l’accesa giustapposizione di colori primari in atmosfere subdolamente nevrotiche.

Ma come non ricordare la Leningrado assediata dai nazisti per ben 900 giorni dal 1941 al 1944: in questa triste parentesi della storia umana, molte opere andarono perdute ed è curioso notare che proprio durante l’assedio c’era qualche cuore impavido che, sfidando ogni probabilità, si recava fuori casa per dipingere en plein air.

Infine il percorso si sofferma sugli aspetti emblematici del dualismo concernente la Perestrojka e la dissoluzione dell’URSS.

Alla base di queste opere c’è sicuramente la consapevolezza di una maggiore libertà espressiva che si traduce nell’uso di nuove tecniche e materiali, ma  anche di una insostenibile necessità di denuncia e di critica di ciò che è stato e di ciò che sarà. La caduta del Comunismo ha provocato un forte senso di smarrimento e destabilizzazione a causa dall’introduzione del materialismo capitalistico, criticato soprattutto perché in contrasto col tradizionalismo russo. L’artista tenta di farsi interprete dell’istupidimento dell’uomo, abbindolato dalle pubblicità e dal consumismo, ma anche della sua conseguente alienazione. Visioni oniriche  e scenari allucinati vengono qui resi tramite un’accentuata matericità delle pennellate che sgusciano impazzite dalle tele, per le quali vengono ora utilizzati materiali non convenzionali, come i telai della nota azienda di macchine per cucire Singer.

L’arte russa del ‘900 ha resistito ai contraccolpi delle due guerre, alla forzata omologazione staliniana e ai suoi orrori, ma non ha mai perso il suo valore salvifico. Così, dopo essersi scrollata di dosso il fardello imposto dagli ierofanti del realismo socialista, ci ha fatto dono di un documento umano cui non possiamo rimanere ciechi poiché, come scrisse Tarkovskij, l’arte «è una dichiarazione d’amore, un riconoscimento della propria dipendenza dagli altri uomini, una confessione, un atto inconsapevole, ma che rispecchia l’autentico significato della vita: l’Amore e il Sacrificio».

Dalle Avanguardie alla Perestrojka
A cura di Anna Maria Romano e Marina Jigarhanjan con il coordinamento di Afrodite Oikonomidou
Museo del Novecento, Napoli
Dal 4 novembre al 10 dicembre 2017

Valeria Bove per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.