Roberto Saviano, quando la letteratura illumina la ferita

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Roberto Saviano, quando la letteratura illumina la ferita

Il 12 gennaio del 1992, ospite della trasmissione televisiva Babele, il magistrato italiano Giovanni Falcone, ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992 diceva:

Questo è il Paese felice in cui, se ti si pone una bomba sotto casa, e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere. 

Messaggio chiaro e diretto: per essere credibili in questo paese bisogna essere ammazzati. Ragione per cui, la verità spesso può ritorcersi contro come una lama tagliente, oscurando o addirittura cancellando “il valore del giusto”. Passiamo ai giorni nostri. Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra è il romanzo – pubblicato nel 2006 da Mondadori e tradotto in 52 paesi – che ha reso noto il giornalista e scrittore Roberto Saviano (Napoli, 22 settembre 1979). Oltre ad aver venduto 2 milioni di copie in italia e 10 milioni nel mondo, da Gomorra è stato tratto un film – che ha collezionato ben 7 David di Donatello – diretto da Matteo Garrone e una serie TV trasmessa dal 2014 sul canale Sky Atlantic; ma al di là del successo di pubblico e di critica questa storia ha sconvolto la normalità della vita dello stesso autore, costretto a vivere sotto scorta da più di dieci anni.

Io credo che in qualche modo i sogni più privati possano coincidere con quelli più nobili, i sogni sociali, quando iniziano ad assomigliarsi. […] Uno dei miei sogni era stato quello di rimanere nella mia terra, raccontarla, e continuare, come dire, a resistere. Mi piace usare una frase di un vecchio barbuto che scrisse questa cosa in un vecchio libro: “Tutto ciò che io desidero non è possibile identificarlo e quindi preferisco dire che io voglio il sogno di una cosa”. E quindi anche io sogno una cosa.

A metà tra giornalismo e non fiction, con il suo stile, con le sue parole Roberto Saviano tocca con concretezza e con estremo realismo la cruda realtà che ci circonda. Fin dalla sua opera d’esordio: in Gomorra, il linguaggio è diretto, chiaro, immediato. Lo scrittore fa nomi e cognomi, svela i traffici illeciti della criminalità organizzata, racconta di alleanze e di omicidi, illumina le ferite di un territorio martoriato, senza esclusione di colpi, ma con una voglia di incidere concretamente nel reale. Nel 2007 è la volta di ZeroZeroZero, un romanzo-inchiesta che affronta un’altra tematica complessa della società: la droga. Ancora una volta Roberto Saviano con il suo racconto invade il lettore. Le sue parole sono carne viva: le notizie sui cartelli sudamericani, le informazioni sul mercato che più rende al mondo (quello della cocaina), sprigionano un’energia potente e distruttiva, in grado di far percepire al lettore la ferocia di questo business.

Gomorra – La serie

Come un pugno nello stomaco, nel 2016 arriva il suo terzo romanzo: La paranza dei bambini, una mescolanza di piani narrativi e di generi letterari che rendono questa storia un vero e proprio racconto di formazione. Per la prima volta, l’autore scrive un romanzo di finzione, ma allo stesso tempo lui stesso ricorda, citando l’incipt di Le mani sulla città, capolavoro di Francesco Rosi: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce»: la storia dei dieci ragazzini napoletani è ispirata a fatti reali e le cronache del libro ripercorrono l’ascesa di queste giovani generazioni di camorristi. Con un approccio originale, la narrazione è incalzante e incontenibile. La scelta del dialetto, riporta alla memoria gli adolescenti dei racconti pasoliniani, ma in questo caso i baby boss che ci presenta Saviano non sono tutti figli di proletari, ma molti appartengono alla piccola o media borghesia. I “paranzini” vogliono tutto e subito, ascoltano musica rap, si ispirano alle serie TV americane come Breaking Bad e ammirano l’Isis. Per loro, non vale la pena lavorare, i soldi e il potere sono le uniche cose che contano, ma soprattutto vita e tempo non valgono niente, l’importante è divorare tutto anche a prezzo di una “vita breve”.
Questa storia universale, che è andata avanti in Bacio Feroce, un romanzo che ha concluso il ciclo sulla Paranza dei bambini uscito in libreria il 12 ottobre, non è altro che una metafora dei tempi che viviamo e che non riguarda esclusivamente i ragazzini di Napoli, ma di tante altre città: Rio de Janeiro, Ciudad Juárez, Atene, Parigi, Johannesburg.

Ormai non temo più di servirmi di ogni mezzo – TV, web, radio, musica, cinema, teatro -, perché credo che i media, se usati senza cinismo e senza facile furbizia, siano esattamente quel che significa il loro nome. Mezzi che consentono di rompere una coltre di indifferenza, di amplificare quel che spesso già da loro dovrebbe urlare dal cielo.

Roberto Saviano pone al centro della sua idea di letteratura la parola. La parola come resistenza, come mezzo di verità e di approfondimento culturale. La colonna portante della sua narrativa è il racconto senza retoriche, senza false speranze: la priorità è immergersi in una realtà che ci riguarda, ma che spesso crediamo distante o addirittura diversa. Il vero problema per l’autore di Gomorra non è raccontare il male o mettere la verità sotto i riflettori, ma il disinteressarsi del problema, voltarsi dall’altra parte. Dopotutto, come ha detto il giornalista Saverio Tommasi in un servizio, in giro tra le strade di Napoli:

Saviano parla di cose brutte perché gli piacciono le cose belle.

Luigi Affabile per MIfacciodiCultura

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