Diari Immaginari – Artemisia Gentileschi, l’arte oltre l’orrore dello stupro

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Questa rubrica tenterà di dare delle risposte al silenzio che la storia per tanto tempo ha gettato sulle muse, mogli, amanti di grandi personalità. Tuttavia, per prendere le distanze dalla “Storia dei Manuali”, cercheremo di far rivivere la “Storia delle donne” attraverso la voce delle protagoniste, immaginando e facendo nostra la loro vicenda umana. Ora, aprite il diario, e tra le righe dei pensieri entrate nell’animo di chi ha fatto la storia in silenzio. Oggi tocca ad Artemisia Gentileschi.

6 maggio 1611

Caro Diario,

Susanna e i vecchioni

sono ancora sconcertata. Tremo dovunque, ho i sudori freddi, mi gira la testa. Ancora non mi capacito di cosa sia successo, né di come sia potuto accadere. Oggi Artemisia Gentileschi è morta.

Eppure, questa giornata sembrava aver avuto un inizio del tutto normale.  Stamane ho dipinto tutto il tempo.  Il sole di maggio diffondeva un dolce calore in tutta la stanza…ero serena , finalmente, dopo tanti giorni di nervosismo.  Solo qualche giorno fa, quel gradasso di Quorli, aveva attaccato verbalmente il mio onore. Insistendo sul fatto che dovessi cedere al corteggiamento di Tassi, alla mia risposta «Mi concederò solo a chi mi avrà presa in moglie» mi ha attaccata: «Ma se ne avete data a tanti, potete darne anche a lui!». Sul momento mi sentii sprofondare. Pensavo che non avrei mai subito un’umiliazione così grande. Ma mi sbagliavo.

Nel primo pomeriggio mio padre è dovuto uscire per delle commissioni e, preoccupato per la mia malinconia degli ultimi giorni, ha invitato Tuzia ad accompagnarmi per una passeggiata. Voglio tanto bene a Tuzia, è come se fosse mia madre, ed è sempre un piacere passeggiare con lei. Ci siamo recate alla Chiesa di San  Giovanni…e chi ci troviamo? Proprio quei due figuri di Quorli e Agostino Tassi. Già indisposta nei loro confronti, irritata dai loro modi invadenti e dall’ostentata affettazione, ho rifiutato prontamente la proposta di Agostino di accompagnarmi a casa. Tuttavia, nel tornare verso casa, a braccetto con Tuzia, avevo il terribile presentimento di essere seguita. Ho pregato Tuzia di accelerare, ma più affrettavo il mio passo, più lei rallentava il suo, sostenendo di affannarsi troppo.

Giunte a casa, sono salita immediatamente in camera. Bussano alla porta. «Artemisia, c’è una visita per te», dice Tuzia. Non ho il tempo di rispondere che la porta si apre, e dietro la testa grigia di Tuzia ecco che vedo la massiccia sagoma di Agostino. Non parlo, lancio uno sguardo pieno di supplica a Tuzia, ma lei arriccia le labbra e cerca di non incrociare i miei occhi. «Vi lascio soli». Vorrei urlare “NO!”, ma non parlo. Agostino entra nella mia camera, chiude la porta, gira la chiave. Dopo averla serrata mi butta su la sponda del letto spingendomi con una mano sul petto, mi mette un ginocchio fra le cosce in modo tale non poterle serrare e alzatomi le vesti, spinge un fazzoletto sulla mia bocca per non farmi gridare.  Il fazzoletto di cotone mi secca la lingua, sento il sapore del sapone usato per lavarlo. Le sue membra pesanti si appoggiano sempre di più sul mio corpo. Avvicina il membro a me. Inizio a graffiarlo in viso, voglio urlare, gli strappo i capelli. Entra[1] Urlo con gli occhi, li spalanco. Lui si muove, io fisso il pulviscolo sospeso nell’ultimo raggio di sole della giornata. Le lacrime mi offuscano la vista. Chiudo gli occhi.

Mi ha promesso che mi sposerà, alla fine. Forse non è davvero cattivo, è solo brutale. Come un cane randagio, forse.

Non è colpa sua, forse. Vanno in giro tante voci su di me. Molte persone pensano che un’artista come me, sempre a contatto con pittori uomini, abbia già avuto tante esperienze, magari utili anche per fare carriera. Io ho difeso tante volte la mia purezza, ma la calunnia è più forte della verità.

Potrei anche amarlo prima o poi. Lui che si è preso con violenza il dono della mia verginità, potrebbe essere causa e salvezza per il mio disonore.  Se mi sposerà potrò essere anche felice, forse. Dovrò solo dimenticare questo pomeriggio, in fin dei conti un pomeriggio non è nulla a confronto con la vita intera.

Ora chiudi gli occhi, Artemisia, e dimentica.

Giuditta e Oloferne

Atemisia Gentileschi (Roma, 8 luglio 1593 – Napoli, 31 gennaio 1654) è stata una pittrice italiana di scuola caravaggesca. Era la primogenita di Orazio Gentileschi, pittore tardo-manierista pisano. Dopo la morte della madre nel 1605, Artemisia si lega profondamente al padre. Passando i pomeriggi ad osservare il padre dipingere, inizia ad emularlo, apprendendo da lui le tecniche di base. A partire dal 1608 Artemisia Gentileschi inizia a collaborare attivamente con il padre: spesso interviene direttamente sulle tele paterne, e tra padre e figlia si crea un rapporto tale che Orazio fa di tutto per far conoscere la figlia alla committenza del tempo. Nel 1610, Artemisia realizza Susanna e i vecchioni, la tela che suggella il suo ingresso nel panorama artistico. Nel 1611 Orazio la affianca al pittore Agostino Tassi, esperto di trompe-l’oeil, affinchè Artemisia perfezioni il suo stile. Di indole violenta e impetuosa, Tassi si infatua di Artemisia che, ancora vergine, lo rifiuta più volte. Forse in accordo con Tuzia,  locataria di casa Gentileschi (e figura di riferimento per Artemisia), il 6 maggio 1611 si introduce nella camera da letto di Artemisia e la violenta, pur tuttavia promettendole di sposarla per riparare al disonore, pur essendo in realtà già sposato. Con la promessa di un matrimonio riparatore, Artemisia accetta di avere altri rapporti con lui, e cerca di creare un rapporto vero con il proprio carnefice. Tuttavia, le maldicenze corrono, ed insieme ad esse cresce l’umiliazione per Artemisia, che quasi dopo un anno dallo stupro, non delineandosi ancora nessuna prospettiva di nozze, decide di denunciare lo stupro. Durante il lungo processo, Artemisia viene ripetutamente attaccata e denigrata dall’opinione pubblica, costretta a subire invasive visite ginecologiche per provare il  recente sverginamento. Alla fine, il processo si risolve con la condanna di Agostino. Artemisia cercherà di esorcizzare gli orrori e le umiliazioni di quell’anno con la pittura. Nel 1612-1613 realizza una meravigliosa versione di Giuditta e Oloferne: il volto impassibile di Giuditta nell’atto di tagliare la testa di Oloferne è interpretato come la volontà di Artemisia Gentileschi di reagire ai soprusi subiti dall’universo maschile. Nel 1612, inoltre, sposa l’artista Pietrantonio Stiattesi e inizia per lei un periodo di peregrinaggio in grandi città per far conoscere la propria arte, tra Firenze, Roma, Napoli e Londra. Proprio a Firenze diventa la prima donna ad essere accettata all’Accademia delle Arti e del Disegno.  A Napoli dipinge tre tele per la Cattedrale di Pozzuoli. Proprio a Napoli muore nel 1653. Donna estremamente “moderna”, Artemisia Gentileschi è stata capace di superare il dolore e l’umiliazione, affermando la sua dignità di donna con la denuncia, ignorando le crudeli critiche dei malpensanti, dimostrando al mondo il suo valore e  continuando a lottare per ciò che più di tutto la teneva in vita: l’arte. 

Chiara Di Giambattista per MIfacciodiCultura

[1] La descrizione dello stupro è un riadattamento della dichiarazioni fatte dalla stessa Artemisia durante il processo intentato contro Agostino Tassi nel 1612

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