I Grandi Classici – “L’isola di Arturo”, uno scoglio letterario dove non far naufragio

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L'isola di Arturo
Arturo e la sua costellazione

Io, io, io… Mio, mio, mio…, dice il capitan Uncino di Dustin Hoffman, apostrofando il giovane Jack: come per un non vedente il mondo conoscibile in ampiezza ha le dimensioni delle due mani appaiate, così per molti, troppi di noi l’orizzonte degli eventi termina alla propria esperienza sensibile e strettamente personale. Nulla di grave: è un fondamento del pensiero primitivo, dal che deriva un pensiero magico ma fallace, antropocentrico e propriocentrico, che tra le altre cose fa credere che qualsiasi avvenimento ci accada abbia valenza universale. Oggidì, che abbiamo fatto conoscenza nostro malgrado con l’analfabetismo funzionale, vediamo questa forma mentis anche in tutti coloro, e sono legioni, che non riescono ad elaborare un concetto astratto, seppure estrapolandolo dalla propria esperienza personale. Così, atteso che ogni uomo è un’isola, si finisce per credere che quest’isola sia l’universo: abbiamo, cioè, L’Isola di Arturo.

Un ritratto di Elsa Morante

Vero è che ogni scrittore parla di sé e se è bravo ti illude che parli di te: ma, mutuando l’espressione dal linguaggio cinematografico, perché si attui questa sospensione dell’incredulità, che è proprio il processo per cui lo spettatore riesce ad appassionarsi ed essere coinvolto dalla trama, è necessario che l’esperienza individuale venga filtrata – dal talento, dall’intreccio, da una generalizzazione allegorica o metaforica, o da tutte queste cose assieme e loro combinazioni. Nel secondo romanzo di Elsa Morante (Roma, 18 agosto 1912 – Roma, 25 novembre 1985), con cui vinse il premio Strega nel 1957 tutto questo non avviene: mascherandosi nei panni di un ragazzo, l’autrice ci parla di sé, ma con un orizzonte talmente ristretto da giustificare, al di là dell’ambientazione geografica (l’azione, per così dire, si svolge a Procida, che ha 4 km quadrati e, oggi, poco più di diecimila abitanti), la ristrettezza evocata dall’Isola del titolo.

Il titolo ci indica quello che freudianamente ci verrà spiegato subito dopo l’incipit, ossia l’orgoglio del giovane protagonista per il proprio nome, che è quello di una stella della costellazione del Boote, la quarta per brillantezza nel cielo notturno; e ancor più freudianamente, ci indica il sentimento sotteso a tale scelta onomastica, ossia che tutto quanto connesso alla vita mentale, e che accade nell’angusto orizzonte de L’Isola di Arturo, sia eccezionale e paradigmatico.

L’Isola di Arturo

Di tale eccezionalità, invero, non troviamo traccia nel racconto, che è sostanzialmente privo di trama ed intreccio, e financo di personaggi che abbiano un qualche spessore: anche perché l’azione, sempre per così dire, non accade mai sotto i nostri occhi, ma è sempre riferita, dacché in buona sostanza l’opera è in forma di diario, o comunque di svolgimento di ricordi. Non è straordinaria la napoletanità evocata alla lontana, perenne giustificativo di un preteso interesse speciale, che introduce uno degli episodi clou dell’inizio del libro, lo smarrimento dell’orologio da parte del padre di Arturo in una scena che, come le battute che corrono tra amici durante una lezione scolastica fanno ridere soltanto hic et nunc e solo i protagonisti che la vivono, è un’esaltazione del nulla, un’elevazione del sesto posto ottenuto alla gara  di mangiatori di hot dog. Fa eccezione, naturalmente, il fil rouge del torbido rapporto del padre con un carcerato, piccolo dramma individuale e crollo dell’idealizzata figura genitoriale, episodio tragico-borghese che difficilmente potrebbe giustificare un intero romanzo.

Il rapporto tra Arturo e il nostro Sole

Nondimeno, è comprensibile che L’Isola di Arturo abbia  ottenuto un grosso successo: come si diceva, premio Strega del ’57 (la Morante aveva vinto, all’esordio, anche il Premio Viareggio per il romanzo Menzogna e sortilegio – altra opera raccontata più per atmosfere che per intreccio, sic), la natura intrinseca dell’opera possiede quell’ineffabile caratteristica che è propria delle soap, del Grande Fratello et similia, ossia la possibilità per il fruitore di identificarsi con il protagonista (e anche con l’autore). L’irresistibile fascino dell’identificazione, apprezzare un libro perché dà la possibilità di ritrovarcisi senza troppo sforzo: sarebbe una possibilità da paventare terribilmente, dato che tendenzialmente la letteratura – e la letteratura da premio – dovrebbe portare ad un aumento della conoscenza, ad una crescita personale e/o collettiva. Nondimeno, se è vero che uno sciocco è uno sciocco, ma milioni di sciocchi costituiscono un movimento politico, è altrettanto vero che se una cosa è ritenuta vera, non lo diventa di per sé – ma viene comunque tradotta in ben oltre una dozzina di lingue (e comunque, diventa vera nell’accezione goebbelsiana) e financo trasformata in film da Damiano Damiani.

Moravia & Morante

Anche il lessico familiare è una qualità sottile come una ragnatela, ne L’Isola di Arturo, ma assai meno resistente: adattando lo stile alla materia, scelte lessicali e linguistiche della Morante sono corrette, correttissime, tanto quanto un verbale di condominio, e suscitano la stessa emozione. Perfetto corollario, comunque, a questa storia di educazione sentimentale, questo percorso evolutivo del giovane Arturo scritto con tutto il trasporto intellettuale di una determinata classe letteraria i cui argomenti erano di gran lunga inferiori alla volontà di trattarli su carta, col ghigno e l’arroganza di chi non aveva dubbio alcuno sulla pubblicazione di sé quale primo della classe. Incapaci, in un racconto, di separare l’accessorio dal necessario, con l’unica esigenza di entrare nel novero dell’intellighenzia culturale italica.

Creatività, metafora, allegoria, l’esperienza personale presente ma filtrata dall’egida di una Storia da raccontare: isola per isola, rimarremo comunque sempre abitanti dell’isolachenoncé di Barrie (che di sé mise tutto in Peter Pan, ma trasfigurato e, vorremmo dire, transustanziato) piuttosto che di questa desolata Isola di Arturo della moglie di Alberto Moravia.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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