Quando l’arte racconta la violenza contro le donne

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Oggi è la 18° Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, iniziativa volta a sensibilizzare circa il dramma della violenza e quindi a trovare una soluzione al problema. Un problema assolutamente culturale che affonda le radici nella storia umana, infatti la concezione di donna come proprietà è fortemente radicato nel nostro background, esattamente come nella maggior parte del mondo, da moltissimo tempo.

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Jacques-Louis David, Ratto delle Sabine (1795-1798)

Non si sa se la disparità tra i sessi sia nata per una motivazione primitiva come la differenza di forza fisica, elemento primordiale forse basilare per il comando, ma sappiamo per certo che la costruzione di regole sociali volte allo sminuimento della mente e dell’autonomia femminile è stata una politica attuata fino a una quarantina di anni fa.
Il valore di una donna è stato misurato in base alla sua verginità e alla fedeltà ai suoi proprietari, quali padre, fratelli, marito, fino ai giorni nostri ed è ancora duro a morire il giudizio riguardante la vita sessuale di una donna (qual è il termine attualmente più utilizzato per definire una ragazza? Si, proprio il femminile del migliore amico dell’uomo. Ecco, vi fa forse pensare a un progresso culturale?).

Guardare e rimirare l’oggetto è stato al centro di molti lavori dell’arte: con l’avvento della religione cristiana, il corpo femminile divenne definitivamente relegato a peccato (durante l’Inquisizione, bastava che una ragazza fosse bella per essere tacciata di reincarnazione demoniaca volta a sconvolgere l’uomo, quindi bruciata), ecco quindi i committenti richiedere agli artisti opere raffiguranti temi biblici o mitologici, a patto che contenessero una forte componente sensuale. Una spalla nuda, uno sguardo lascivo, una veste che scivola. Una scusa per raggirare il sistema morale creato da loro stessi, senza distinzione tra i soggetti rappresentati, siano esse divinità trionfali o donne protagoniste di vicende drammatiche, che però le elevavano a virtuose.

Ma arriviamo alla violenza nell’arte e dell’arte: penso siano tre gli episodi esemplificativi che meglio rappresentano e raccontano le ingiustizie di cui sono state vittime le donne nel corso della storia, due basati sulla mitologia latina e uno sulla Bibbia, raccontati dall’arte con diversi linguaggi ed interpretazioni.

Il Ratto delle Sabine è uno due quadri più famosi di Jacques-Louis David e nello stile tipicamente drammatico dell’artista, ci racconta un episodio della mitologia romana, ovvero di quando i Latini, per ingrandire la Roma da poco fondata da Romolo e conquistare i terreni limitrofi, imposero ai Sabini un mescolamento dei popoli. Roma è una città fatta da uomini forti che l’hanno resa potente, le donne servono solo a procreare altri romani valorosi ed a creare i vincoli famigliari di sorta, ecco perché al rifiuto dei Sabini di sottostare, i romani pianificano il celebre ratto, termine ambiguo che può intendere sia rapimento che stupro. Quella che viene attuata è una violenza sessuale di massa. L’atto di forza è più che giustificato e legittimo in termini di tattica espansionistica, a maggior ragione se perpetrato ai danni di chi non ha voce in capitolo circa la vita pubblica. Certo, la storia è stata mitizzata, pare infatti che i Sabini di loro sponte si trasferirono a Roma vista la città in espansione, ma resta il fatto che la leggenda rivendica con orgoglio il ratto, la conquista forzata, il sovrastamento fisico e violento della popolazione rivale, e a farne le spese, le donne.

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Tiziano (attribuito a), Tarquinio e Lucrezia (1515)

Un altro episodio della tradizione mitica romana relativo al tema della violenza d, è quello legato a Lucrezia, la donna che con il suo sacrificio rese possibile la nascita della Res Publica. L’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, aveva un figlio di nome Sesto Tarquinio, che invaghitosi della retta e casta moglie di Collantio, Lucrezia appunto, decise che doveva essere sua a tutti costi. Così entrò di soppiatto nella sua camera nel cuore della notte, le puntò un coltello e la minacciò, dicendole che se solo avesse aperto bocca, l’avrebbe sgozzata e disonorata, mettendo accanto a lei il corpo nudo del suo servo. Lucrezia allora sopportò l’immonda violenza. Convocati padre e fratello subito dopo il fatto, Lucrezia raccontò loro l’accaduto e chiese di essere vendicata (infatti i Tarquini vennero poi cacciati da Roma ed esiliati in Etruria) e per salvare il proprio onore violato, si suicidò. Perché la violenza sessuale non è solo colpa dello stupratore, anche la vittima è al pari colpevole, forse per non essere riuscita a resistere all’assalitore, forse per averlo tentato con comportamenti inopportuni. Nessun onta è peggiore della violazione della propria intimità o dell’adulterio, l’unico modo per lavarsi la coscienza è l’estremo sacrificio. Il quadro attribuito a Tiziano ci racconta Lucrezia nell’attimo prima di trafiggersi il petto: il suo sguardo verso l’alto, quasi ispirato, è alla ricerca della forza divina per compiere il suicidio. Ma lei è convinta, orgogliosa e pronta a morire per il suo onore e per la sua città.
Insomma, l’unico modo per lavare l’offesa è la morte, non un processo in cui la vittima è riconosciuta come tale, nello stupro una vittima vera e propria non esiste. La morte guarirà la ferita e salverà l’onore.

Infine, vorrei citare il quadro Susanna e i vecchioni di Artemisia Gentileschi, che narra un episodio dell’Antico Testamento contenuto nel Libro dei Daniele: la babilonese Susanna, integerrima, ovviamente, moglie di Ioachim, mentre si accinge a fare il bagno viene sopraggiunta da due uomini bramosi (i vecchioni del quadro, anche se uno pare troppo giovane per essere definito vecchio), che le intimano di concedersi a loro o l’accuseranno di adulterio con conseguente condanna a morte. Susanna pur di non darsi a loro, accetta la falsa accusa dei due, che verranno poi smascherati da Daniele: Susanna sarà liberata e i due bugiardi giustiziati. Il quadro vede le due figure maschili imporsi su Susanna in una struttura piramidale incombente. Il soggetto fu molto rappresentato soprattutto durante il fervente periodo religioso della Controriforma, in quanto esempio di virtù femminile che non scende a compromessi pur di sopravvivere. Però l’episodio fu altresì molto dipinto in quanto pretesto per rappresentare una donna nuda al bagno.

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Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni (1610)

La Susanna di Artemisia è colta di sorpresa, il corpo è torto su se stesso nell’atto di respingere le avances dei due: non è una posa plastica atta a mostrare quanto più sensualmente le forme femminili, ma ci narra di una donna nell’intimità del bagno, colta all’improvviso da due impostori che vogliono approfittarsene. Il quadro è in pieno stile caravaggesco, stile che Artemisia apprese dal padre, Orazio, a sua volta influenzato dal grande maestro Caravaggio. Lo sguardo dell’artista è innegabilmente femminile: Artemisia utilizza l’episodio biblico per raccontare la sottomissione e le vessazioni continue che subiscono le donne e pure lei, pittrice talentuosa, relegata in casa (alle donne era sconsigliata l’attività artistica, anche perché mai avrebbero potuto rappresentare uno dei soggetti più amati dall’arte, ovvero il nudo maschile: come poteva una donna rappresentare un uomo, visto che non le era consentito guardarlo nella sua nudità?).
Artemisia Gentileschi è nota per essere stata vittima di uno stupro, che il padre Orazio denunciò nella speranza non tanto di una giustizia per la figlia, quanto per un risarcimento in denaro e il recupero della dignità della donna deflorata, e in parte raggiunse il suo obiettivo: Agostino Tassi fu riconosciuto colpevole di stupro ed esiliato, Artemisia però di contro, fu costretta a un matrimonio riparatore, in quanto ormai non più vergine, con un certo Pierantonio Stiattesi. Susanna e i vecchioni, precedente al fatto, sembra quasi una premonizione sul futuro della pittrice.

Questi tre quadri ben raccontano l’assenza di consensualità che ha caratterizzato la storia dell’uomo, un mondo maschile che non ha esitato ad usare le donne come proprie pedine strategiche.
Non voglio fare la nazi-femminista, non voglio sostenere che le donne siano meglio degli uomini, penso solo che donna e uomo siano diversi ma al pari livello. Nessuno è meglio nessuno è peggio, i due sessi hanno semplicemente la stessa dignità.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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