Diego Rivera: la pittura monumentale degli emarginati

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Diego Rivera: la pittura monumentale degli emarginati

«Ogni buona composizione è soprattutto un lavoro di astrazione. Tutti i bravi pittori lo sanno. Ma il pittore non può del tutto fare a meno dei soggetti senza che il suo lavoro soffra di impoverimento». Questa citazione, nella sua semplicità, ci restituisce appieno l’estetica di chi l’ha pronunciata: Diego Rivera.

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Frida e Diego

Nato l’8 dicembre 1886 a Guanajuato nel Messico, sin da piccolo dimostrò di essere un énfant prodige nel disegno. Nel 1905 ricevette una borsa di studio dal Ministero dell’Istruzione con cui fece svariati viaggi in Spagna, Francia e Italia fino al 1921: poté così ammirare le opere dei grandi esponenti locali, antichi e contemporanei, della Pittura, studiando sia le immagini medievali (principalmente Giotto), sia con le Prime Avanguardie (in particolare cubismo e fauvismo). Nello stesso periodo cominciò a farsi un nome nell’ambiente delle gallerie parigine, esponendo propri dipinti al Salon des Indipéndants (1910) ed al Salon d’Automne (1913).

Nel 1922 Rivera tornò in Messico, dandosi a quello che sarà il fulcro della sua produzione artistica negli anni a venire: il mural, ossia la pittura su muro. Il primo esempio di questo particolare cambiamento apportato alla propria estetica si ha ne La Creación, realizzato lo stesso anno per l’Anfiteatro Bolivar di Città del Messico. Contemporaneamente partecipò ai fermenti rivoluzionari ancora in atto dopo l’esperienza socialista ed anticlericale del 1917, aderendo al Partito Comunista Messicano. Ciò lo portò ad essere un artista favorito dal regime sovietico, che lo ospitò nel 1927 per l’anniversario decennale della Rivoluzione d’Ottobre: tale “endorsement” rafforzò notevolmente la sua anima politica, con la sua tensione verso la lotta contro la sperequazione della ricchezza.

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La creación, 1922

Fu in questo frangente che il suo stile si fece maturo. Infatti le iconografie delle sue opere, vere e proprie pitture parietali contemporanee, privilegiavano figure antropomorfe con grande risalto delle masse e forte contrasto delle campiture cromatiche; il tutto per mettere in evidenza sin da subito il messaggio chiaramente politico, con una forte attenzione verso il tema della povertà e dell’emarginazione sociale. L’iconologia, nonostante il carattere fortemente ideologico, non è stata comunque mai banale, presentando invece un’ampia gamma di referenti dalla cultura indigena antica o più recente (si pensi alle comunità azteche e zapoteche o alle vicende della schiavitù dei peones) e dalla neo-cultura industriale, con gli stravolgimenti sociali ed economici dell’urbanizzazione.

Tutte tematiche che lo portarono ad essere ben presto un personaggio percepito con ostilità dal sistema artistico fortemente elitario del Messico, al punto da costringerlo ad emigrare nel 1929 negli Stati Uniti dopo essersi sposato con Frida Kahlo. Il sodalizio con la celeberrima artista fu molto importante e gli permise di accedere negli anni Trenta a diverse esposizioni pubbliche di Arte contemporanea, nonché di ricevere una commissione a New York per il palazzo del Rockefeller Center. Peccato che, durante i lavori sul mural, Rivera inserì un ritratto di Lenin e Marx nel tema principale dell’homo faber del suo destino, nonché dello Übermensch: ciò gli costò la rimozione quasi istantanea dell’opera.

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Mural controverso del Rockefeller Center

Verso la fine del decennio Rivera tornò in Messico, dove continuò ad affrontare la censura del Governo locale contro molte sue opere e favorì azioni politiche decisamente forti (come l’accettazione della richiesta di asilo di Léon Trotskij).

Diego Rivera morirà a Città del Messico il 24 novembre 1957, lasciando un’enorme quantità di affreschi e murales in svariati edifici pubblici del Messico, nonché un forte messaggio di impronta sociale a tutto il mondo.

Un messaggio di astrazione pittorica, ma anche di rappresentazione precisa di un determinato soggetto: l’ingiustizia sociale e la fiducia in un futuro migliore, temi ben lungi dall’essere inattuali.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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