“The Place”: le fragilità umane nel nuovo film di Paolo Genovese

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The Place: le fragilità umane nel nuovo film di Paolo Genovese

The PlaceUn uomo è seduto sempre allo stesso posto. Non fa differenza a che ora del giorno o della notte. Lui è sempre seduto a quel tavolo con un quaderno in mano. Non si sa niente su di lui, se non che è capace di offrire bellezza, ricchezza, salute, sesso e fede.

Finché c’è desiderio c’è vita. Ma fino a che punto siamo disposti a spingerci per avere quello che vogliamo? Quello che vogliamo senza problemi ma mai senza conseguenze, ci rammenta l’uomo col quaderno che realizza desideri aprendolo e assegnando un compito all’occasionale avventore.

The Place è l’ultimo film di Paolo Genovese, presentato lo scorso 9 novembre in occasione della Festa del Cinema di Roma 2017. La pellicola, di recente uscita nelle sale italiane, è un adattamento cinematografico della serie televisiva statunitense The Booth at the End e si avvale di un cast di rilievo: Valerio Mastrandrea, Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo e Silvio Muccino.

Mastrandrea interpreta il ruolo del protagonista della vicenda che, sempre seduto allo stesso tavolino di un locale, esegue i desideri di otto diversi visitatori in cambio di compiti da svolgere. Le richieste del personaggio centrale, però, risulteranno tutte opposte ai principi etici comuni. Si può oltrepassare la propria morale per sentirsi appagati? Si può osservare con così tanto distacco la vita degli altri? Sono questi i temi che tratta Genovese in un lungometraggio che mette in risalto delle scene di vita comune: la suora che prova a ritrovare Dio, la ragazza dei tempi d’oggi alla continua ricerca della bellezza per esser sicura di sé, l’attempata signora che disperata per la malattia del marito farebbe di tutto per farlo guarire.

Vinicio Marchioni e Valerio Mastandrea

The Place è basato esclusivamente sui dialoghi, senza alcuna scena d’azione, con l’intento di portare ad una riflessione impegnativa lo spettatore. È un film disturbante e inquietante fatto per dividere la critica e probabilmente anche il pubblico. La morale può essere sintetizzata nell’espressione le nostre scelte sono nostre e spinge l’individuo a non farsi condizionare dagli altri. Il film segue le orme degli altri lavori di Paolo Genovese, autore di opere corali con molti personaggi protagonisti di situazioni che coinvolgono le vite dei protagonisti quasi come un effetto a catena. Rispetto al precedente lavoro del regista, Perfetti sconosciuti (2016), rimane l’ambientazione comune che in questo caso è un ristorante, ma il personaggio centrale viene presentato con un alone di fascino e di mistero, come se vedesse gli altri da una sfera di cristallo. In cambio di un patto, egli procura la felicità agli altri con il fine di sondare fino a che punto siamo in grado a spingerci per raggiungerla. Tutto ciò fa pensare al perché per risolvere i nostri problemi, più o meno gravi, ci si aspetti l’intervento di un angelo o un diavolo a cui aggrapparci per risolverli, ma in realtà non c’è niente e nessuno pronto a svolgere questo compito al posto nostro. I soggetti che si avvicinano all’uomo al tavolino masticano dei sogni, ma a volte non sembrano pronti ad affrontare le loro stesse esitazioni, perché nulla c’è di più angosciante dell’immaginazione.

Mino Guarini per MIfacciodiCultura

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