Poeti d’amore: che cosa hanno in comune Catullo e Fedez?

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Poeti d’amore: che cosa hanno in comune Catullo e Fedez?

Ritratto di Catullo

Prima dei cantanti (o suddetti tali) che oggi compongono canzoni (o suddette tali) usando quasi esclusivamente le parole sole, cuore e amore, c’è stato un tempo in cui queste paroline, così semplici, non erano immediate da usare. Un tempo in cui si parlava di guerre e di eroi e non del più banale, e meraviglioso, dei sentimenti umani. Come siamo arrivati oggi a usare in modo così compulsivo il lessico amoroso? Certo si potrebbero elencare fior fiore di autori che hanno rivoluzionato la poesia d’amore, da Dante a Neruda. Io però ho scelto di partire dalle origini…

C’era una volta la letteratura latina. Fino al II secolo a.C. i romani avevano due generi “alti” per esprimere la loro vocazione poetica: il teatro (cioè, commedia e tragedia) e l’epica. Oltre a questi, avevano altri generi “bassi”, come ad esempio l'”Atellana“, simile alla nostra Commedia dell’Arte, o la satira, l’unico genere che i figli di Romolo abbiano creato, come amavano ricordare. Quest’ultimo rappresentava la loro valvola di sfogo lirica, in quanto era l’unico che avevano per parlare di argomenti miscellanei al di fuori del mito e, perché no, magari anche far sentire la propria voce.

Tutto cambiò circa a metà del I secolo a.C., quando un gruppo di giovani poeti si rese conto che tra avere un pezzettino di libertà in un genere pur codificato e poter parlare delle proprie emozioni senza vincoli (morali, lessicali e tematici, ma non metrici! La metrica era fondamentale anche nel più “libero” dei generi) c’era di mezzo il “mare nostrum”.

Da bravi romani, non avendo un genere di questo tipo già preconfezionato, lo andarono a rubare (come per gli altri generi letterari o le terre o addirittura i poeti) a chi ne aveva di migliori. Ovviamente, i greci. E non dei greci a caso, ma gli alessandrini, i fautori di una poesia curata, erudita, levigata come una tavola. Già dall’inizio del I secolo in realtà alcuni nobili iniziarono ad affiancare la loro attività pubblica, il negotium, a quella privata, il tempo dedicato allo studio e alla poesia: l’otium. Ma i veri rivoluzionari furono dei giovani poeti che, in barba alle istituzioni del tempo, decisero di dedicarsi totalmente alla poesia, di consacrare la propria esistenza all’otium. Tra costoro c’è Catullo. Classe 87, veronese, ribelle, passionale come un vero romano (di ora, non di allora). Di famiglia benestante, tant’è che ospitò a casa sua nientemeno che Giulio Cesare. Colto e affascinato dalla nuova corrente letteraria che stava prendendo piede a Roma e nei circoli più all’avanguardia della Gallia Cisalpina, cioè l’Italia del Nord. Suoi più grandi amici: Elvio Cinna e Furio Bibaculo. Suoi peggiori nemici (tra i tanti): Catone e Cicerone, che per lui e i suoi compagni coniò la definizione di “poetae novi”, cioè di nuovi poetastri da strapazzo. Morì a trent’anni, anche se mi piace immaginare che sia morto attorno ai 27 (del resto, non possiamo saperlo con esattezza), come i grandi maledetti della storia della musica e dell’arte: Kurt Cobain, Masaccio, Jim Morrison, Egon Schiele.

Lesbia e il suo passero, dipinto di Edward John Poynter

Di Catullo manca da dire solo una cosa: che non dedicò la sua vita semplicemente all’otium, alla cerchia dei suoi amici e – vale la pena dirlo, gli interessati leggano i suoi epigrammi più scurrili – a screditare i suoi nemici. Dedicò la sua vita all’amore. E per Catullo, l’amore ha un solo e unico volto: Lesbia. Pseudonimo per Clodia, sorella del tribuno della plebe Clodio, fu una delle prime e più celebri matrone romane. Dissoluta: si diceva che avesse moltissimi amanti, tra cui anche suo fratello, e che avesse tentato di avvelenarne uno, il giovane Marco Celio. Colta: inusuale per una donna, soprattutto all’epoca. Bellissima: ma non volgare né appariscente; di lei Catullo parla evidenziando alcuni suoi particolari fisici armoniosi; ne deduciamo che fosse in grado di stregare gli uomini più con le parole che con un bel faccino.

Ebbene, Catullo a lei dedicò alcune delle liriche più belle della letteratura, di quelle a cui i Baci Perugina tuttora rubano le citazioni. Basti pensare al celeberrimo carme 5, l’invito all’amore più bello di sempre, a un amore finito come l’esistenza umana, ma goduto finché la carne e le ossa lo permettono, come dice lui:

Soles redire et occidere possunt
Nos, cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.

Il sole può sorgere o tramontare,
Ma per noi, una volta spentasi questa effimera luce,
abbiamo una notte intera tutta da dormire.

Ma Catullo conobbe anche il dramma del tradimento e dell’abbandono: credeva di avere un legame speciale con lei, un “foedus”, e invece non era altro che uno dei suoi passatempi! Il ragazzo di Verona fu il primo a saper mettere su carta il dramma dell’amore amaro, della crescita della passione fisica ma decrescita della stima, del cuore scisso tra odio e affetto:

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Odio e amo. Come è possibile?, mi chiederai.
Non lo so, ma sento che accade e mi sta torturando.

Come si sarà conclusa la storia tra Catullo e Lesbia? Nessuno lo sa, ma noi moderni possiamo solo presentire un esito tragico, tra la prematura dipartita del poeta e l’instabile personalità di Lesbia-Clodia.

Se le parole di Catullo sono ancora in grado di colpirci, merito è della sua straordinaria capacità e del fatto che le emozioni umane non sono cambiate così tanto. Dopo l’età altomedievale, in cui la censura cristiana rigettò la volgarità e la passionalità di Catullo, egli conobbe una fortuna immensa; da Petrarca, che lo riecheggiò nell’incipit del suo Canzoniere, a Pascoli, che gli dedicò il Catullocalvos. Sicuramente i poeti maledetti ispirarono anche a lui la loro vita fuori dagli schemi: il rifiuto del passato, un modo nuovo di fare poesia, l’amore al centro dell’esistenza. Baudelaire dice che “l’odio è fatto di due terzi del nostro amore”, ed è impossibile non leggere tra le righe un riferimento a Odi et amo.

Fedez

2017. Cosa ci rimane di Catullo? Al di fuori dei bigliettini dei Baci Perugina, intendo. Per come la penso io, l’uomo non è cambiato molto. Se, tra gli antichi, molti disprezzarono Catullo per il suo sentire innovativo, per il fatto che tralasciò l’attività pubblica per dedicarsi ad amore e poesia, oggi molti disprezzano chi dedica la sua vita a scrivere e parlare d’amore. Un esempio per tutti? Fedez (storcete pure il naso). In barba allo stereotipo del rapper costruito, lui continua a parlare d’amore (del suo Grande Amore, Chiara Ferragni), a inneggiare alla sua amicizia (con J-Ax e Fabio Rovazzi), a ridicolizzare i suoi nemici e critici (troppi da elencare). Ma è un uomo che ha conosciuto le pene d’amore, proprio come Catullo. Perdonate la “traduzione” per affinità tematica tra il carme 8 e Cigno Nero:

Miser Catulle, desinas ineptire,
et quod uides perisse perditum ducas.

Io sto ancora aspettando il cuore che le ho dato in prestito
Se la vita insegna io sono un alunno pessimo.

Ora come ora molti vedono Fedez come un ragazzino ribelle, ma una volta anche per Catullo era così. E chissà che fra 2000 anni anche Fedez finirà nella sezione “poetae novi” del II millennio.

Giulia Fusè per MIfacciodiCultura

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