Il terremoto dell’Irpinia: una ferita che brucia ancora

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Il terremoto dell’Irpinia: una ferita che brucia ancora

Il 23 novembre del 1980 alle 19:34 l’Italia del Sud viene frastornata da un tremendo boato: la terra inizia a tremare, tutto crolla e si sbriciola come pane secco tra le mani. Per novanta secondi un territorio compreso fra la Campania centrale, la Basilicata settentrionale e alcune zone della Puglia è devastato da un terremoto di magnitudo 6.8 della scala Richter. Nel lasso di tempo di solo un minuto e mezzo 687 comuni e circa 6 milioni di italiani si ritrovarono nel caos più totale e nel tetro silenzio che segue una scossa, dopo che lo scricchiolio delle macerie e lo sferragliare delle lamiere cessa. Il terremoto dell’Irpinia, distretto storico-geografico coincidente all’incirca con la provincia di Avellino, fu uno dei più devastanti della storia recente italiana e uno degli eventi più presenti nell’immaginario collettivo anche per i suoi risvolti sociali, economici e politici.

Nelle ore successive l’Irpinia rimase tagliata fuori dal mondo, priva di corrente elettrica e quindi di ogni tipo di collegamento e sistema di comunicazione con il resto d’Italia. L’entità del terremoto fu inizialmente sottostimata: solo il giorno successivo gli operatori degli elicotteri che sorvolarono la zona si resero conto che interi comuni, arrampicati sulle pendici dei colli o stanziati nelle splendide valli della zona, erano stati completamente rasi al suolo tanto che Alberto Moravia li descrisse evocativamente come «nidi di vespe sfondati». I soccorsi partirono in ritardo e furono fin da subito esigui in confronto alla portata della catastrofe. In contemporanea alla realizzazione della portata del disastro i giornali enfatizzarono progressivamente la drammaticità nelle prime pagine, fino alla disperata richiesta di aiuto con il titolo del 26 novembre del Mattino di Napoli che, a caratteri cubitali recitava FATE PRESTO per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla.

L’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini si recò prontamente nelle zone colpite, denunciando con forza la mancata prontezza ed efficacia dei soccorsi. Nei giorni successivi si continuò a scavare, a cercare gente sepolta viva dalle macerie e cominciarono le corse disperate verso gli ospedali più vicini. Per 2914 persone non c’era già niente da fare, 8848 furono i feriti, per un totale di 280 000 sfollati circa e più di 300 comuni distrutti o gravemente danneggiati.

Le ripercussioni sociali del terremoto furono terribili tanto quanto i danni della scossa e ancora oggi non si può dire che siano concluse. Migliaia di persone non hanno più visto le loro case e i loro paesi, riversandosi in abitazioni di fortuna, fornite dall’opera di ricostruzione dello Stato, che dovevano essere solo una sistemazione provvisoria, ma che in realtà sono diventate, nella maggior parte dei casi, la dimora definitiva per questa gente.

Ma l’orrore e il dramma sociale non si limita alla, già di per sé vergognosa, noncuranza della crisi in cui si trovava la popolazione. L’inchiesta Mani sul terremoto, collegata al filone Mani Pulite (sulla base di alcuni articoli di Indro Montanelli) evidenziò la gestione illecita del denaro dei fondi per la ricostruzione attuata da importanti esponenti politici dell’epoca, tra cui il democristiano Ciriaco De Mita, Presidente del Consiglio all’epoca dei fatti. Fra le azioni di gestione illecita vi sono fondi indirizzati a imprenditori pluri-falliti, pacchetti di azioni gonfiate ad hoc grazie ai fondi della ricostruzione e ville, piscine e gioielli spartiti tra decine di assessori e politici della zona che lucrarono, con agghiacciante cinismo, sulle spalle di una popolazione piegata dal dolore, dalla distruzione e dalla morte.

Inutile dire che quasi tutti i reati caddero in prescrizione e l’unico condannato (2 anni e 10 mesi di reclusione) fu Antonio Fantini, all’epoca dei fatti Presidente della Regione Campania ed esponente della Democrazia Cristiana.

Oggi la zona dall’Irpinia, per quanto rivalorizzata economicamente e industrialmente, rimane segnata da quell’evento e si porta dietro il peso di quelle ferite, mai guarite del tutto e che ancora adesso bruciano sulla pelle di chi le ha subite.

Francesco Carucci per MIfacciodiCultura

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